Io e gli Altri

In questo spazio raccoglierò qualche racconto riguardante alcuni momenti o lunghi spazi con persone che ho conosciuto e incontrato nel mio vissuto, meritevoli di essere ricordati.
Non saranno elencati per ordine cronologico di data ma più semplicemente per come e quando mi viene voglia di raccontarli.
Il primo è dedidacato ad una persona con la quale sono stato fianco a fianco per 25 anni e che io mantengo nel mio cuore come l’ultimo signore di questa terra : Bruno Bodria di Torrile (Pr), mio socio nella gestione dell’appalto dell’Agenzia di Reggio Emilia delle Generali dal 65 all’89.

 j

IO E BRUNO

il secondo incontro col dottor NO

A venticinquanni diventai il più giovane Agente d’Italia delle Generali. A meno di trent’anni accettai la “sfida” di un altro appalto, capoluogo di provincia, dove formai una Società con Bruno Bodria per la gestione della nuova Agenzia.
Bruno non lo conoscevo e non avevo mai fatto società con persone indicatemi da altri. Prima di accettare l’incarico mi riservai perché volevo vederlo in faccia.
Lo incontrai un pomeriggio di metà marzo del 1965, all’Hotel Astoria di Reggio Emilia.
Dopo un quarto d’ora gli strinsi la mano e decisi. La persona mi era garbata. Gran Signore. E durante il percorso che abbiamo fatto insieme, per oltre 5 lustri, non mi sono mai pentito, neanche un secondo, della decisione che presi dopo un quarto d’ora quel giorno all’Astoria. Posso tranquillamente affermare che è stato – senza ombra di dubbio – il miglior partner in affari che mi sia capitato. Ne ho avuti moltissimi, anche in altri campi, ma Bruno è l’unico che ricordo più spesso e sempre con vera gioia. Mi piace sottolineare che la grande armonia che trovai con Bruno mi fece dire di no a proposte molto allettanti come un grande appalto (Brescia) e, addirittura, alla gerenza di Firenze.
A distanza di così tanto tempo ho deciso di “raccontare” qualche aneddoto del nostro “vivere insieme”. Sentivo di doverglielo. E inizio dal secondo incontro col dottor “no”.
Eravamo abituati a fare visita alle tre Direzioni, di Trieste, Venezia e Milano in modo quasi scientifico. A Trieste bastava un paio di volte all’anno, a Venezia quattro o cinque e a Milano con più assiduità – una volta al mese – perché era la Direzione presso la quale si trattavano “affari” più comuni e importanti. Era la Direzione che si occupava – fra gli altri – dei rami Infortuni, malattie, responsabilità civile delle aziende e degli autoveicoli. Quando nella “cartella” avevamo qualche “proposta” più importante e più difficile da far “passare”, telefonavamo il giorno prima al Direttore di quel Ramo specifico e lo invitavamo per l’indomani a pranzo in un buon Ristorante. I rapporti con tutti i Direttori di competenza erano ottimi ed il nostro invito era sempre accettato con piacere.
Ogni tanto qualche Direttore spariva. Per pensionamenti, per avanzamenti di carriera o per semplici strategie. In quei giorni cambiò il Responsabile della R.C. Autoveicoli e noi avevamo una cartella di proposte importanti e molto difficili che richiedevano sconti sopra la media. Il nuovo Direttore non l’avevamo mai visto e speravamo soltanto di trovarci di fronte una persona “aperta” e non integralista. Eravamo abituati molto bene perché il rapporto con tutti i Direttori era amichevole e di reciproca stima. Io e Bruno, sin dai primi incontri in Direzione, eravamo considerati molto in gamba. La nostra Agenzia stava facendosi molto onore e questa consapevolezza ci metteva nella condizione ideale per ottenere – sempre – quanto ci prefiggevamo. Il Direttore Generale era stato il mio Liquidatore quando facevo il produttore ed ero un ragazzo, a Cecina. Dopo una quindicina d’anni me lo ritrovai Direttore Generale e il nostro ottimo rapporto era sulla bocca di ciascun occupante i sei piani della Direzione di Viale Tiziano.
Praticamente quando entravamo in Direzione l’ambiente “avvertiva” la nostra visita. Eravamo considerati, senza falsa modestia, “la coppia più bella del mondo” e quando ci trovavamo di fronte a qualche personaggio importante, compreso i massimi Dirigenti, ci veniva richiesto di abbozzare la celebre canzone di Celentano.
Sono convinto che Bruno non ne ha mai parlato con nessuno. Un po’ si vergognava, ma nel viaggio di ritorno a casa non mancava, mai, di manifestarmi la sua gioia. Quando facevamo quei viaggetti di lavoro trascorrevamo giornate meravigliose ed eravamo entrambi felici. Lui era considerato l’uomo di garanzia, il gran signore, la serietà fatta persona ed io ero il baldo giovane, l’ariete di sfondamento che in qualche modo doveva essere “guardato a vista”. Era tutta scena e una gran manfrina che noi recitavamo da grandi attori.
Ma ora parliamo del dottor “no” e dell’aneddoto.
Entriamo nella sua stanza e notiamo subito qualche cambiamento. Tre o quattro grandi piante e un paio di vasi di fiori ben curati. Un paio di nuovi quadri alle pareti e nuove tende alle finestre. Insomma era diventato un Ufficio molto più “importante” di quello precedentemente occupato da un Direttore, nostro amico, che era andato in pensione. L’impatto fu piacevole ma nascondeva un’altra personalità, tutta da scoprire, del nuovo “padrone”. Ci presentammo e ci sedemmo, come consuetudine, nelle due poltroncine davanti alla sua, più alta delle nostre. Il personaggio si intaccava nel parlare. Non sapevo se era per l’emozione ma ci volle poco per scoprire la verità. Due parole di circostanza abbastanza seriose e poi io aprii la borsa e tirai fuori una cartella contenente parecchie proposte che dovevamo trattare per ottenere migliori condizioni di quelle indicate dalle tariffe ufficiali.
“Qu qu qu quanta roba! signor Giannini!” furono le prime parole del dr. De Martino. Non risposi e tirai fuori un paio di proposte difficili, ma false, per sentire di che pasta era fatto il “nuovo”. Era un mio sistema. Facevo dire di no su qualcosa di improponibile, che non mi interessava e subito dopo presentavo l’affare che non volevo perdere e glielo sbattevo davanti. Dopo due risposte negative è difficile dire di no anche alla terza e ottenevamo sempre quello che volevamo. Così almeno, era stato fin lì il nostro comportamento che portava sempre al successo con tutti gli interlocutori.
Quella mattina, alla terza proposta presentata (era un affare da 800 pullman), il dr. De Martino rispose “è è è impossibile! si si si siamo fuori mercato, co, co, co così non si, si, si può accontentare la, la, la, l’Agenzia di Reggio”. Mi fermai subito. Capii che con questo Signore non c’era niente da fare e rimisi la cartella delle proposte nella borsa, mi alzai e allungai la mano dicendo “la la la saluto e ci ci ci rivediamo presto”. Il dr. De Martino rimase spiazzato da questo comportamento e quando vide anche Bruno alzarsi e allungargli la mano capì che non si scherzava. Uscimmo dalla stanza del Direttore abbastanza risentiti e nel corridoio antistante battezzammo il De Martino in “dottor no”. Non eravamo abituati a rapportarci con persone simili e quei tre NO consecutivi mi fecero prendere una decisione che, sinceramente, non sapevo dove mi avrebbe portato. Sono decisioni prese di getto, d’impulso, che se non rimediate, possono incrinare un rapporto e le sue conseguenze. Specialmente l’atteggiamento di fare il verso al nuovo Direttore nel salutare tartagliando. Avevo forse esagerato?
Qualcosa dovevo inventare perché quel ramo era molto importante e se non puoi contare su un Direttore “amico” è difficile concludere buoni affari fuori dalle condizioni ufficiali.
Facemmo un giro veloce negli altri Uffici, soprattutto per saperne di più sul dottor no. Venimmo a conoscenza che si poteva considerare un predestinato in quanto il padre era un importante personaggio e molto amico del nostro Vice Presidente. Scoprimmo, insomma, il lato debole del dottor no e facemmo ritorno a Reggio molto più sereni. Nel tragitto non feci altro che pensare alla mossa successiva per rimediare al nostro comportamento nell’averlo lasciato a bocca aperta. Era certamente un personaggio che aveva deciso di entrare col piglio di chi dice “qui comando io” e, con quel caratterino, poteva diventare “pericoloso” (si fa per dire!) nel prosieguo del rapporto. Dovevo, gioco forza, trovare la soluzione per sbrogliare la matassa e pensa, che ripensa, la trovai.
Breve retroscena : l’Amministratore Delegato delle Generali era il dr. Franco Mannozzi che, tre anni prima, quando era Direttore Generale, mi fece Agente a Carpi. Mi conosceva molto bene e mi stimava moltissimo. Mi considerava una “sua creatura” e se ne vantava in ogni occasione. Qualche mese prima, in occasione di una premiazione nazionale, a Villa Condulmier di Roma, ci trovammo vicini mentre prendevamo un aperitivo e, con gran stupore degli astanti, ci abbracciammo fra molti sinceri sorrisi. In quella occasione gli presentai mia moglie che, per puro caso, faceva (e fa) Mannozzi di cognome. Appena conosciuto questo particolare si affrettò a domandare la provenienza dei genitori per scoprire se, oltre al puro caso, ci fosse stato qualcos’altro. Era contento e lo dimostrava senza alcuna ostentazione. Quando io e mia moglie ci accomodammo al tavolo assegnatoci per la cena di gala, venimmo avvicinati dal Dirigente organizzatore della serata che ci invitò al tavolo della Presidenza. Praticamente ci posizionarono accanto al Presidente e all’Amministratore Delegato. Non vi dico l’invidia dei colleghi. Chi era quel giovanotto accanto alle più alte personalità della Compagnia? Io non frequentavo i colleghi nelle Riunioni del gruppo aziendale. Non sono mai stato con quelli che si lamentano e rompono i coglioni. Ero loro collega da poco tempo ed ero indubbiamente il più giovane. Quella sera, però, venni allo scoperto e quando, poco dopo, l’Amministratore Delegato, nel suo breve intervento di buona serata, mi fece alzare in piedi e mi presentò facendomi grandissimi elogi, diventai “famoso” e soprattutto molto invidiato. In poche parole mi resi conto che tutti questi complimenti li avrei potuti “sfruttare”. Durante la serata mi accorsi pure che il dr. Mannozzi stava allo scherzo ed era molto ridanciano. Mi sollecitò maggiori visite a Trieste, dove espletava il suo lavoro, e mi salutò ribadendomi la sua stima. Per dirla in parole povere avevo fatto tombola.
Da quella visita al dottor no erano passate un paio di settimane e, insieme a Bruno, ripartimmo per Milano. Durante il percorso studiai la strategia per il nuovo colloquio e facemmo le prove su quello che dovevamo recitare. Suggerii a Bruno la sua parte che era molto semplice. Doveva soltanto abbassare e rialzare la testa un paio di volte in segno di approvazione a quanto io avrei messo in opera. Ad un certo punto della chiacchierata io avrei tirato fuori la carta d’identità della mia signora; il dottor no si sarebbe avvicinato per leggere e, quasi stupito, avrebbe alzato gli occhi su di lui cercando la conferma alle mie parole. A quel punto Bruno, da grande attore, avrebbe dovuto alzare e abbassare la testa un paio di volte e l’ambiente sarebbe diventato immediatamente “respirabile” e in discesa.
Eravamo pronti per l’incontro. Bruno era curioso di scoprire il mio approccio iniziale, ma pronto e deciso a recitare la sua parte.
Entrammo dal dottor no e dopo i saluti di rito ci accomodammo come la volta precedente. Il dottor no era molto serio e ancora un po’ incazzato, si vedeva ad occhio nudo. Lo avevo preso per il culo facendogli il verso tartagliandogli addosso e lui non poteva essere felice. Passarono alcuni attimi di silenzio e Lui aspettava che io chiedessi scusa per riprendere il discorso interrotto. In quel preciso momento tirai fuori la carta d’identità di mia moglie dove si recitava Rosanna al nome e Mannozzi al cognome e gli dissi : “secondo lei, dr. De Martino, io sono diventato agente di Reggio Emilia perché sono bravo? e Lei, dr. De Martino, è diventato Direttore perché è bravo? siamo entrambi “raccomandati” e dobbiamo “capirci”. Il dottor no guardò subito Bruno e Bruno abbassò la testa e la rialzò due volte come da copione. Da quel momento non ci fu più bisogno di presentare e “trattare” alcunchè. Passò tutto molto velocemente e senza andare nei particolari.
Il rientro a Reggio fu un delirio ma mentre il tempo passava ci si presentò davanti un problema, il dr. Mannozzi! Se lo avesse saputo cosa poteva succedere? Dovevamo cercare una soluzione per non rovinare tutto. Nel tardo pomeriggio rientrammo in ufficio e telefonai subito al dr. Mannozzi chiedendogli un appuntamento per una visita a Trieste nella prossima settimana. Lo sentii allegro e approfittai per anticipargli che avevamo fatto uno scherzo al dr. De Martino e che glielo avrei volentieri raccontato nella visita. Mi rispose ridendo “bravo, ci vediamo giovedì prossimo alle undici e sarei felice di invitarla a pranzo”.
La giornata milanese finì in bellezza e da quel giorno i rapporti col dottor no diventarono cordiali e molto proficui. Quando incontrai il dr. Mannozzi e gli raccontai per filo e per segno il colloquio col dr. De Martino e della mia spudorata menzogna facendogli capire la parentela di mia moglie con Lui, il dr. Mannozzi incominciò a ridere a crepapelle e mi disse “bravo, se le può servire continui a dire che siamo parenti”. L’ironia e l’intelligenza dell’uomo era venuta a galla in modo evidente e ne fui fiero.
Dopo sei o sette mesi il dr. De Martino fu promosso e trasferito. Lo rividi a Rio de Janeiro qualche anno dopo, in occasione di un’altra premiazione. Eravamo ad una cena di gala; quando mi vide mi venne incontro abbracciandomi e salutandomi così : che, che, che piacere rivederla, no, no, non l’ho mai dimenticato, bu, bu, bu, buona serata e bu bu bu buona fortuna”.
Ciao dottor no, spero tu sia ancora vivo. In ogni caso ti ricordo sempre con tanta simpatia.
In ricordo del mio grande amico e socio Bruno Bodria, ultimo signore di questa terra.

Romano Giannini   { febbraio 2017}                                                                                                                                                 

 

IN RICORDO DI MC TONDELL, UN AMICO POKERISTA

l’uomo che voleva morire sul tavolo verde o sulla topa

Aveva una quindicina d’anni più di me e a 65 anni smise di giocare a poker con i miei amici di tavolo, adducendo di essere vecchio e di non essere più pronto a rilanciare. Non aveva più la padronanza delle carte, dei rumori, delle voci, dei ticche e di tutti gli altri congegni necessari per essere buoni giocatori. E soprattutto gli era venuta meno l’immediatezza, la velocità di pensiero e, insomma gli era venuta la “paura” di non essere più alla nostra altezza.
Provò tre o quattro sere a stare al nostro tavolo ma poi dovette abdicare. L’ultima volta perse molto e alla fine della serata mi aspettò e mi intrattenne a lungo cercando il mio conforto o meglio il mio assenso acchè lo convincessi a smettere. Mi volle far capire che la differenza d’età al tavolo del poker è troppo importante, ed uno che ha superato i tredici lustri non può più essere in grado di affrontare persone molto più giovani e ancora in perfetta forma. Lo convinsi a smettere e di giocare alla concia. Era impossibile farlo smettere del tutto e allora si ripiegò sulla concia che, tutto sommato, è come giocare alla carta più alta o fare un ramino sotto l’ombrellone d’estate.
Da quella sera aspettava che il nostro poker finisse per fare una concia notturna con quei due o tre che non andavano mai a letto prima di notte fonda e soprattutto quelli che avevano perso a poker e volevano rifarsi.
Il guaio vero però non è quello del poker ma è quello di volersi rifare dopo le sconfitte. Difficilmente quelle rivincite “volute” per rifarsi rimediavano la situazione. Nove volte su dieci le cose peggioravano e la notte restava interminabile e bianca. Ma Mc Tondell spesso e volentieri si rifaceva delle sconfitte precedenti e nella concia trovò il gioco per continuare ad esercitare questo vizio incancrenito.
Qualche giorno dopo quelle sere me lo trovai una mattina presto in piazza Vallisneri. Salì sul pullman col quale andavo in gita con amici sulla Costa Azzurra. Trovai piacere vederlo e lui altrettanto. Mi venne accanto nell’ultima fila del pullman e si sfogò. Mi raccontò la sua vita e soprattutto i suoi vizi che erano il gioco e la topa. Mi confidò che sperava di morire sul tavolo verde o sulla topa. Era diventato il suo ultimo desiderio e ci pensava giorno e notte. Aveva già avuto due infarti e non era difficile anticipare la permanenza terrena qualora avesse continuato imperterrito a bazzicare la concia o farsi lavorare a puntino da una bella troia. Lo consigliai di scegliersi la troia e provare questa via sperando fosse uno scherzo. Ma Mc Tondell qualche mese dopo prese una pasticchina e partì verso il mare con la troia ingaggiata alla quale disse “fammi morire!”. Anche la troia pensava  che scherzasse e accettò l’invito. Fatto sta che una volta montatagli sopra e avendolo un po’ ringalluzzito, la troia si senti’ ridire “fammi morire!” proprio quando Mc Tondell  stava per “venire” e quando sentì il cuore un po’ accelerato, ebbe timore e paura e, maledetta maiala, smise di muoversi  e improvvisamente si staccò e si alzò. Lasciò Mc Tondell gemente con le mani sulla fronte. Dieci, quindici secondi dopo urlò “me l’ha strozzata, me l’ha strozzata” (in dialetto) e un ultimo infarto lo paralizzò. Un’autoambulanza lo trasportò in Ospedale ancora vivo. Lo intubarono e lo misero in terapia intensiva ma dopo una decina di giorni passò a vita migliore.
Si è goduto la vita come meglio era difficile ma l’ultimo desiderio è rimasto strozzato. Forse era andato a vedere un punto all’ultimo giro, credendo fosse un bluff e invece ci trovò una scala reale.
Grazie per i bei momenti che ricordo bellissimi nel mio vissuto e un grande arrivederci lassù, quando il Signore vorrà.

Rommel   {Ottobre 2002}

               

GLI AMICI DEL MARTEDI’: LA STORIA DALLA NASCITA AD OGGI

oltre quarant’anni d’osterie, gite, cantine, vaffan’ e tanta amicizia : un ricordo per quelli che hanno lasciato il mondo dei meno

RACCONTO in 2 capitoli

Capitolo 1) La nascita e i membri fino ai giorni nostri 

Capitolo 2) Le storie, i protagonisti, i ricordi, la vita

Cosa troveremo, in sintesi :

Le sedi fisse : San Savino 1°, San Savino 2° e Costa Ferrata da Gianni Le altre Osterie a partire dallo Sporcaccione e Ongina. 

Aneddoti e storie audio-registrate Le gite : Alba, Cecina Mare, Lago di Garda, Soave, Udine, Slovenia, Monaco di Baviera, Piacenza, Vallecchia, Viareggio, Trieste, Croazia, Piemonte, Toscana, Romagna…. 

I rientri a casa col vino addosso e con l’autista. 

Impressioni, commenti, giudizi, esami d’ammissione, zingarate e scherzi.  

L’importanza delle mogli, sempre a casa. 

Qualche scritto alle vedove. 

La flebo agli amici del giovedì, ora con noi. 

Le caratteristiche dei personaggi : i fissi con qualsiasi tempo ed anche con la febbre, gli sporadici, i fighetti che non sanno prendersi per il culo, gli esclusi dopo le prove di ammissione, i pidocchiosi che muoiono prima, i polemisti, i controcorrentisti, i rompicoglioni, quelli che fanno solo numero, quelli che mangiano e dormono ed infine gli immortali, quei cinque o sei rimasti.

I protagonisti lungo il percorso : Nello Bertelli, Athos Gambini, William Gambini, Alfonso Acquarone, Arnaldo Lucco, Dondolo Ferioli, Teodoro La Penta, Brunetto Carboni, Pier Carlo Carani, Andrea Campanati, Pietro Albertoni, Aldo Rossi, Roberto Sanfelici, Nicola Accettura, Romano Giannini, Franco Marani, Ivano Rustichelli, Franco Ghibellini, Cesare Trinchieri, Givi Manfredi, Enzo D’attorre, Zeno Davoli, Rainero Lombardini, Ennio Cicero, Rino Bigliardi, Don Gianni e Don Guido, Andrea Gallinari, Mario Tribuzio, Romano Aleotti, Piero Pinotti, Pietro Spadoni e gli incorporati del giovedi : Silvestro Nocco, Paolo Cantarelli, Eugenio Ferri Ricchi, Corrado Francia, Gigi Tirelli, Olindo Quartieri e Camillo Galaverni.

Capitolo I 

La nascita e i membri fino ai giorni nostri

Per la sera di un martedì dei primi di ottobre del ’73, mi dèttero appuntamento davanti alla casa del dr. Gambini, lo stesso Athos e suo cugino William, anch’egli Gambini di cognome. William mi telefonò qualche giorno prima e mi ribadì l’invito a cena con i loro amici del martedì. I Gambini li avevo conosciuti in Africa, in occasione di una fantastica gita organizzata dal dr. Bertani, allora Presidente dell’ACI di Reggio Emilia. I cugini me li ritrovai accanto, all’interno di un  fuori-strada  Wolkswagen, già dal primo giorno del “safari”. Eravamo partiti da Nairobi per visitare il Kenia e la Tanzania e dopo lo sbarco e la prima notte nella capitale Keniana, iniziarono le visite nei parchi del profondo nero africano. Dentro il fuori-strada mi trovai accanto al Bertani,  alla di lui moglie Rosina, al Gallingani senior, all’accompagnatore Sergio Torelli e, appunto, ai cugini Gambini, oltre all’autista ed il ranger col fucile in braccio, entrambi scuri come pece.
Con i cugini Gambini, durante il safari diventammo amici e quando arrivammo alla fine del viaggio e ai saluti mi invitarono a quella prima cena con appuntamento per la partenza proprio davanti alla casa del dottore.
Nell’edizione di Telereggio stampato del dicembre ’73 scrissi un “pezzetto” intitolato “il primo martedì a San Savino”. Lo firmai col pseudonimo Ricky Brodo. Da allora non ho mai più scritto un rigo su questa compagnia ad eccezione di poche “riflessioni” rilasciate a qualche amico in forma strettamente personale e, purtroppo, ai parecchi epitaffi in memoria di  altrettanti amici che hanno lasciato prematuramente il mondo dei meno.
E allora iniziamo il racconto dalla prima volta, dalla prima sera, dal primo martedì, da quel primo appuntamento davanti alla casa di Athos da dove partimmo diretti all’Osteria di San Savino, nel mezzo delle nebbie antiche della bassa reggiana. All’appuntamento c’erano i due Gambini e il dr. Alfonso Acquarone che già conoscevo. Salimmo sulla mia Pallas e partimmo per la famosa Osteria che altro non era che un sottoscala di una casa di contadini.
C’era un tavolo per otto persone vicino alla cucina dove un altro amico, il dr. Nello Bertelli, stava lavorando dal primo pomeriggio per far bella figura coll’ospite che ero io. Stava cucinando assistito da due donne della casa, la moglie di Romano, l’oste, e l’Eugenia la sorella. Erano molto indaffarati e gli aromi delle pietanze ubriacavano il piccolo e caloroso ambiente.
Al tavolo erano già seduti e pronti il Ferioli (Dondolo) e Bunetto Carboni. Poco dopo arrivò anche il dr. Arnaldo Lucco con uno scatolone di bottiglie di vino. Il tempo di fare le presentazioni ed il tavolo era completo. Eravamo in otto compreso Nello  che fece la sua presentazione deponendo sul tavolo un catino di risotto alla milanese con coratelle d’agnello. Mi strinse la mano, si presentò e si mise anch’esso a tavola. Dopo il risotto riandò in cucina e in venti secondi appoggiò sul tavolo un enorme tegame contenente la coda di bue alla vaccinara contornata di sedani. Le assistenti nel frattempo avevano cambiato i piatti con i nuovi caldissimi. Era un servizio da grande ristorante ed invece era solo un’osteriaccia di campagna. I nuovi amici mangiavano piano piano in un silenzio monastico ed io li guardavo meravigliato. In meno di due minuti avevo già finito mentre gli altri erano si e no alla terza o quarta forchettata. Mi accorsi subito che non sapevo mangiare. Era da criminali non assaporare ben bene quei piatti preparati con tanto amore e mi promisi migliori atteggiamenti futuri. Per rompere il ghiaccio allungai la mano verso il “nostro”, il cuoco della compagnia, e gli feci i complimenti ma i miei dirimpettai mi fecero un cenno di diniego con la testa come per rimproverarmi. Non capii subito ma appena il “nostro” tornò in cucina, un Gambini, Athos, quello  pignolo, mi intrattenne subito avvertendomi che non dovevo esagerare con i complimenti altrimenti il cuoco si sarebbe montato la testa. Incredibile ma vero!. Non era una battuta, era proprio il suo pensiero, il suo modo di ragionare. Ma in seguito mi accorsi che la pensavano tutti quanti come il pignolo. Incominciarono gli sfottò e i vaffan. Alcuni si davano del Lei e le offese si moltiplicavano. Ma subito dopo ridevano come dei pazzi. E’ difficile raccontare queste scene e far capire l’umore ed il carattere di questi personaggi. Si divertivano, bevevano spesso e volentieri i diversi vini serviti e, ridendo a crepapelle, si mandavano a quel paese. Confesso che una volta superato lo choc iniziale mi adeguai e incominciai a trovarmici a mio agio. Alla fine della serata arrivò il conto : 9.000 lire a testa. Mi sembrava un insulto e tirai fuori un foglio da 10.000 lire e mi venne facile aggiungere la famosa frase “resto mancia”, ma due nuovi amici di tavolata mi afferrarono il braccio e chiamarono il resto indietro. E poi mi ribadirono che non si danno mance. Rimasi pietrificato ma dovevo abituarmi a questo stato di cose e se volevo ritornare nella compagnia mi dovevo adeguare. A fine pasto, da buoni medici mi elargirono un paio di pasticche perché avevano “paura” che avessi mangiato e bevuto troppo. Ed era vero. Ci alzammo dopo un paio d’ore di “chilo” e mi accorsi che non ero il solo a traballare.  Salimmo in macchina e via. C’era una nebbia da paura e fu la nostra fortuna. Dovevamo andare piano piano e con i finestrini aperti per vedere meglio. Strada facendo migliorammo l’aspetto e arrivammo a Reggio Emilia dopo un’ora e mezzo. Avevamo fatto una quindicina di chilometri alla media di 8 chilometri all’ora. Si faceva prima se si rientrava a piedi. Ci salutammo con “ci sentiamo domani” e finì la prima sera con questi nuovi amici. Il mattino seguente il Von (Acquarone), Athos (il Pignolo) e Nello (il Nostro) mi telefonarono : da buoni medici volevano controllare il mio stato di salute. “Sono vivo e vegeto”, risposi. Mi promossero all’unanimità e da quella sera il mio posto al tavolo con gli “amici del martedì” non me l’ha tolto più nessuno.
Il secondo martedì sera il numero dei membri aumentò di due unità. Al tavolo avevamo due ospiti, l’Ing. Aldo Rossi e il Dr. Franco Marani, il Giudice. Erano stati invitati da Athos e Alfonso e da quella sera decidemmo che i nuovi “accettati” sarebbero stati ospiti per la prima volta, al debutto. Durante la cena seppi che altri membri non erano presenti al mio battesimo del martedì precedente   e partecipavano in modo non proprio fisso ma essendo stati nel gruppetto iniziale erano “perdonati”. Mi ricordarono, per la storia, i nomi facenti parte del primo gruppetto: il dr.Teodoro La Penta, il dr. Andrea Carminati, il dr. Nicola Accettura e il dr. Roberto Sanfelici .Si decise, da quella sera in avanti, di fare gli esami d’ammissione per i nuovi. La compagnia degli “amici del martedì” stava guadagnando prestigio e fama e necessitava di una qualche regola che non permettesse l’entrata a cani e porci.
Nei martedì successivi altri amici furono promossi e ammessi al gruppo e, per non dimenticare nessuno, mi piace ricordare quelli che nel giro di duottrè anni diventarono membri e sempre presenti: il dr. Pier Carlo Carani, Pietro Albertoni, il dr. Ivano Rustichelli, il dr. Franco Ghibellini ed il Rag. Cesare Trinchieri, grande arbitro di calcio.  Nel frattempo la piccola Osteria di San Savino, sfruttando le nostre presenze settimanali, diventò famosa e i proprietari decisero di allargarsi e ne aprirono un’altra vicina, più grande e meglio raggiungibile. Diventò per altri cinque o sei anni il nostro rifugio settimanale. In quel tempo i leaders propensi anche ad organizzare qualche gita di un giorno per cantine e cene nelle osterie limitrofe erano tre che si dividevano i compiti : il “nostro”, Nello, Athos, il Gambini pignolo e il Von, Alfonso. Ma in breve tempo fu promosso leader il dr. Rustichelli, il nostro Ivano,  che diventò il Santa Santorum degli “amici del martedì”. Merita menzione anche chi cercò di entrare in competizione per la leadership del gruppo e non ci riuscì mai, e tra questi Roberto Sanfelici. Si dava da fare e cercò di organizzare anche qualche serata fuori dalla nostra Osteria ma essendo spilorcio oltre misura non godeva di grande fiducia e, come detto, non ci riuscì’ mai. Dovette aspettare parecchio per vincere questa sua personale battaglia e finalmente, dopo dieci anni di tentativi, il gruppo dette il proprio assenso a fargli organizzare una gita a Viareggio con cena in un grande Ristorante nei pressi del porto. Fu una serata eccezionale ma non perché si mangiò bene. Fu fantastica  per altri motivi che racconterò nel secondo capitolo (Rayner in mutande in mezzo alla sala e il rientro in pulmino con le bandane da corsari!)
Fino a metà degli anni ’80 la nuova Osteria di San Savino restò il nostro posto fisso ogni martedì. I nostri desideri di avere l’osteria tutta per noi, per la nostra sera, fu assecondato dalla Eugenia e da Romano il fratello e per una decina d’anni non ci si mosse di una virgola. A San Savino eravamo padroni incontrastati della situazione e ci si stava benissimo. La Compagnia diventò famosa per la sua anarchia ed il suo modo di concepire la vita in quelle poche ore settimanali che creavano invidia e davano modo alle malelingue e a quelli “esclusi” di parlarne come se “quelli del martedì” fossero degli avvinazzati. Noi ce ne fregavamo altamente dei giudizi di questa gente complessata e troppo conformista e dentro i nostri cuori, ne sono certo, eravamo molto orgogliosi. La dimostrazione era evidente : ogni martedì ci veniva presentato un ospite che noi spesso rimandavamo ad ottobre come a scuola. Per essere ammessi dovevano superare un esamino e, al termine della cena e dei tanti vini onorati, si dovevano alzare in piedi e raccontarci qualcosa della loro vita. Ma a noi del racconto della vita degli “aspiranti” non ce ne fregava niente e dopo appena due o tre minuti si ribadiva, quasi in coro, “ORA BASTA, IL SEGUITO LA PROSSIMA VOLTA”. A questo punto scattava una risata gigantesca di tutti i membri mentre l’aspirante restava di stucco e un po’ incazzato. Se rideva anche Lui e capiva lo spirito della compagnia veniva accettato. Se invece restava serio e quasi offeso lo lasciavamo al suo destino e lo rimandavamo o, addirittura, qualche volta gli facevamo capire che non era adatto a frequentarci. Immaginate la reazione di questi fighetti che nelle loro professioni erano quasi tutti importanti e rispettati. Senza ironia si vive male e senza autoironia si muore. Diventavano, gioco forza, nostri nemici e noi godevamo come ricci e la nostra Compagnia diventava sempre più “chiacchierata” (che gioia!). A metà degli anni ’80 San Savino terminò la propria avventura e chiuse l’Osteria e la scelta del nuovo posto fisso si rivelò, nel corso dei successivi anni, fortunata. Passammo dalla bassa alla collina. Stavamo invecchiando e i rientri di notte, senza le nebbie sarebbero stati più facili. La collina normalmente è nemica delle nebbie e quindi il trasferimento da San Savino a Costa Ferrata, da Gianni, fu quasi una benedizione. La nuova Osteria era a seicento metri sul livello del mare, molto più moderna e accogliente ed il calore dello stesso Gianni, di Anna, la moglie ed il loro figliolo Elvio ci ha sempre ripagato contraccambiando cortesia e grande accoglienza. Si dimostrarono, da subito, ottimi anfitrioni. Le regole dello stare soli nelle serate di martedì erano state accettate e noi godevamo di tutti i privilegi possibili. La cucina era dominio del “nostro”, coadiuvato da Cesare Trinchieri, secondo cuoco, e, poco dopo, anche da un nuovo membro, Enzo D’Attorre che promuovemmo all’unanimità “puttana di sala” perché ci serviva e ci faceva contemporaneamente ridere. Eravamo tutti felici e Ivano era diventato molto importante perché si preoccupava, ogniqualvolta con amore e generosità di organizzare le serate al meglio e difficilmente sbagliava.
In quei meravigliosi anni entrarono in pianta stabile il già citato Enzo D’Attorre, il Rag. Givi Manfredi, il prof. Zeno Davoli, il cav. del lav. Rainero Lombardini, Romano Aleotti, il prof. Ennio Cicero, il dr. Rino Bigliardi, Don Gianni e Don Guido, due preti di campo e d’osteria,  il dr. Andrea Gallinari,  Mario Tribuzio, Piero Pinotti ed il dr. Pietro Spadoni.
Dopo molte riflessioni e una votazione a maggioranza decidemmo, negli ultimi anni, di incorporare quei pochi amici rimasti della Compagnia del Giovedi e unimmo al nostro gruppo Silvestro Nocco, il dr. Corrado Francia, il dr. Paolo Cantarelli, Olindo Quartieri, il barone Eugenio Ferri Ricchi, l’ing. Gigi Tirelli ed il rag. Camillo Galaverni.

Capitolo II

Le storie, i protagonisti, i ricordi, la vita

 

 

………….