Intimità e famiglia

NOZZE di DIAMANTE

il mio matrimonio, sessant’anni fa

Racconto breve dedicato a Rosanna, oggi, 29 aprile 2017 e riservato ai figli Monica, Riccardo e Valeria e alle loro famiglie

 

Il 29 aprile del 1957, nella Chiesa di San Pietro in Palazzi, un rione di Cecina, convolai  a nozze con Rosanna che io chiamavo Gardenia, la mia dolce Gardenia. Era bellissima ed in forma smagliante mentre io ero ingrassato una quindicina  di chili e sinceramente non ero così bello come un anno indietro quando mi chiamavano Gregory Pècche. L’anno trascorso a Modena da solo, fra ristoranti e tavole calde notturne, mi avevano attratto e mi ero lasciato andare. Ero partito da Cecina il 2 maggio  che pesavo una settantina di chili e appena un anno dopo, quel 29 aprile, superavo gli 85. Con un maggior controllo  ed una vita più normale mi promisi che in poco tempo sarei ritornato al peso forma.

Prima di raggiungere la Chiesa passai da Fosco del Sisti a farmi la barba per presentarmi al meglio. Mi ripassò quella fattami ieri e mi irritò la pelle. Cercò di rimediare con un impacco bollente ma il risultato peggiorò la rasatura del giorno precedente. Pensavo alle fotografie e mi garbavo sempre meno ma ormai era tutto prestabilito ed in perfetto orario con i testimoni, gli accompagnatori, le damigelle ed il team della sposina, mi presentai all’ingresso della Chiesa. Il mi’ zio Mario era il mio testimone mentre Piero, il fratello di Rosanna, era l’altro. Durante la cerimonia stètti un po’ troppo a lungo inginocchiato e mi sentii male. Sudavo freddo e diventai bianco bianco. Il prete aspettò qualche minuto affinchè mi riprendessi e gli astanti si incominciarono a preoccupare, soprattutto per il rinfresco che poteva essere rimandato. Poi, all’improvviso, ritornai quasi in forma e la cerimonia terminò con la promessa, il bacio ed il lancio del riso. Il pranzo nella nuova casa di Rosanna in via Fratelli Bandiera e dopo il brindisi, i baci, le lacrime delle mamme Tosca e Gina e gli abbracci a tutti, io e la sposina ci si cambiò e si montò a bordo di una topolino Fiat 500 verde per l’avventura. Erano le tre e mezzo del pomeriggio e pioviscolava. Ci si disse “sposi bagnati, sposi fortunati” e si partì.

Se ripenso a quella partenza mi vengono i brividi nella schiena. Eravamo ancora ragazzi e da quel momento in poi dovevamo iniziare un nuovo percorso di vita insieme. Non c’era più nessuno a proteggerci o semplicemente a darci qualche consiglio. Andavamo lontano dai genitori, dagli amici, praticamente da tutto il nostro mondo. Due ventenni allo sbaraglio. Avevamo solo una grande voglia di dimostrare. Dimostrare di essere in grado di affrontare una nuova vita e di formare una vera nuova famiglia. Lei doveva iniziare ad amministrare la casa, l’ordine, le pulizie, il pranzo, la cena, la cura dei miei abiti e così via. Sembra poco ma se ci si pensa era moltissimo. Era sola, aveva poca esperienza perché era la “chicca” della sua famiglia ed essendo privilegiata non aveva mai rigovernato, fatto da mangiare e tanto meno lavato e stirato. Insomma quando quel giorno partì con me da sposa era priva di ogni rudimento necessario a mandare avanti una famiglia da sola.

E io? Io ancora peggio! Avevo solo la forza, la tenacia e la volontà di far vedere chi ero. Ma chi ero? Ero un giovane Ispettore di categoria “b” delle Assicurazioni Generali ed ero in rampa di lancio ma se non riuscivo a produrre eran dolori. Non ero un impiegato del catasto o di una banca. Il mio stipendio non era garantito e dovevo costruirmelo da solo. Insomma avevamo entrambi  solo una grande voglia e la volevamo dimostrare. E inoltre avevamo una grande condivisione che doveva farci affrontare meglio il percorso : l’amore.

Appena entrati sulla via Aurelia per Livorno rallentai un po’ e la guardai. Mi sembrava d’aver fatto un dodici alla Sisal. Ero felice e tutte le apprensioni che avevo prima di quegli sguardi sparirono di colpo. Ero sicuro di farcela e misi l’animo in pace.

Dopo Livorno proseguimmo per Pisa e il traforo di San Giuliano per poi  affrontare l’unico pezzetto d’autostrada, Lucca – Pistoia e da Signorino imboccammo la porrettana. Al valico facemmo una sosta. C’era la nebbia e pioveva. Entrammo nel bar ed io mangiai un panino col salame. Al pranzo di poche ore fa non avevo mangiato quasi nulla. Ero troppo emozionato. Bevvi una birra e presi un caffè. Rosanna bevve un’aranciata. Si ripartì per l’Emilia sottostante e attraversammo Porretta Terme, Riola, Vergato, Marzabotto, Sasso Marconi e Casalecchio Reno dove entrammo nella via Emilia che ci portava a Modena dove avevo fissato la prima tappa e la prima notte in un Albergo nei pressi dell’Accademia. Della notte non aggiungo nulla perché deve rimanere una cosa molto riservata. Posso solo sottolineare che volevamo allargare la famiglia ed avere tanti figlioli ed iniziammo le grandi manovre.

La mattina seguente partimmo per Carpi perché il vero viaggio di nozze avevamo deciso di farlo più avanti quando eravamo più sicuri e con qualche risparmio da parte. Quel giorno avevo in tasca il solo stipendio del mese di aprile che mi feci addirittura anticipare.  Benedetta lucida follia! A Carpi dovevamo abitare e iniziare la nuova vita insieme. Nei mesi scorsi mi presi la briga di prendere in affitto una bella villetta con due appartamenti in via 3 febbraio e cercai di arredarla facendomi consigliare da un amico che vendeva mobili. Volevo fare una sorpresa alla Gardenia ed ero emozionato e curioso di vedere la sua faccia alla vista delle mie scelte.

Appena arrivati nella nuova casa mi abbracciò perchè  la villetta era veramente carina. Nel giardino, prima di montare le scale per il nostro appartamento al primo piano ci soffermammo e Lei, con un gran sorriso, esclamò “e’ un sogno!”. Poi aprii la porta ed entrammo in casa. L’appartamento era molto grande e bello ma l’arredamento da me scelto non riscosse grandi entusiasmi e, per dirla brutalmente, nel giro di qualche mese lo cambiammo tutto e la regìa dei nuovi arredi fu tutta di Rosanna. Incominciò a far vedere la sua personalità ed il suo piacere dell’estetica e del bello.

Potrei prendere il finale delle favole “e vissero felici e contenti” ma sarebbe prematuro e molto riduttivo. Il seguito nel prossimo romanzo.

E’ stato un piacere.

Romano

 

DOMANI COMPIO 82 ANNI E NON SÒ SE ESSERE FELICE                                               

La storia è finita

Dove stiamo andando?

Non esiste più il ricordo?

Che razza di mondo ci attende?

Questo progresso ha creato disperazione e ci porterà alla rovina

Prima parte

Dopo un colloquio di poco più d’un quarto d’ora ho abbassato la testa e, incredulo e allucinato, sono uscito dal Bar e sono montato in macchina per venire a casa, stravolto e preoccupato. Ho pensato soprattutto ai nipoti e a quello che verrà. Oggi a pranzo festeggerò (!!) in anticipo di un giorno i mio ottantaduesimo compleanno e pranzerò al Golfino insieme a tutta la famiglia. E’ domenica e al Golf Club c’è la gara del Presidente che oltre vent’anni fa era di mia competenza e la organizzai sponsorizzandola. Ci sarà la mia Gardenia, Monica con Pietro, Valeria con Angelo e gli altri due nipoti, ormai grandi, Francesco con la fidanzata Melissa e Matteo. E poi anche Riccardo e Federica con i loro pargoletti e miei nipotini Leonardo e Lorenzo. Il tavolo sarà completato dai consuoceri, genitori di Federica, Anna e Vito. Spero di trascorrere buoni momenti senza tanti cori e battimani. Non sò se a quest’età è ancora bello festeggiare un compleanno. Forse sarebbe meglio sparire dalla circolazione e non farsi più vedere da nessuno. Ma proprio per quei motivi che mi hanno scandalizzato al Bar poco tempo fa, sono contento di andare per la mia strada, quella che ho sempre percorso, controcorrente e fiero dei miei comportamenti patriarcali. Tornando al Bar ed al colloquio con alcuni giovani ho avuto conferma che il mio mondo non esiste più e con lui i ricordi e la storia. Ho sempre creduto e sostenuto che non esiste presente e futuro senza passato. Spesso uso una frase di un celebre film di Spielberg, Amistad, per ribadire e ribadirmi che “ciò che siamo è ciò che eravamo”, ma mi rendo sempre più conto che quelli della mia età e non solo quelli, sono ormai fuori dal mondo reale, quello che nel giro di pochi anni non sò dove ci porterà.

Un signore di una cinquantina d’anni si è rivolto ad un quartetto di ragazzi sui venticinque anni, due maschi e due femmine e gli ha chiesto se conoscessero Robert Redford. Silenzio e sbigottimento : nessuno sapeva chi era l’eroe della “Stangata” e dei “3 giorni del Condor”. E allora ha continuato per dieci minuti a dire chi era? : Alcide De Gasperi, Arturo Toscanini, Enrico Fermi, Guglielmo Marconi e i più recenti Gagarin, John Kennedy e Papa Giovanni. Non ci sono state risposte. Uno, molto timidamente, ha risposto di aver sentito parlare di Kennedy in un film recente ma non sapeva che era stato il Presidente degli Stati Uniti. Sanno solo tutto di Rovazzi e del Web!!

E allora? Cosa ne possiamo ragionevolmente dedurre da questi silenzi dei giovani sul passato, anche recente? Cosa gli insegnano a scuola? E cosa leggono? E’ la fine. Non  c‘è più storia e non esiste più passato. Siamo finiti. Il cervello è stato consegnato completamente all’ammasso e siamo diventati materia, concime. Cosa vuoi sognare? Non c’è più speranza. E’ ormai il mondo degli sciacalli, degli avvoltoi, dei pescecani e delle jene. Si salveranno in pochi, che Iddio li protegga e ci protegga. Questo progresso ci porterà alla rovina completa e forse non ci sarà  alcun rimedio. E’ una catastrofe, è il diluvio universale.

Ringrazio il Signore per avermi fatto vivere nel periodo più entusiasmante dalla nascita di Gesù, quello dal ’45, il dopoguerra, alla fine degli anni ’90. Con il nuovo secolo è iniziato il declino : la robotica, la tecnologia, Internet e i telefonini. E’ iniziata la fine.

Ma noi oggi si festeggia mangiando e brindando e si va in culo a tutti.

E gli altri? Pròvino a ribellarsi, ma verso chi?

Forse ci penserà il Signore.  E’ l’ultima speranza.

Fra un quarto d’ora parto per il Golfino con Rosanna, Monica e Matteo. Gli altri li troveremo al Golf Club. L’appuntamento per iniziare il pranzo l’ho fissato con Alberto per le 12,45 perché prima delle 14,30 voglio rientrare. Non voglio perdermi Torino – Roma che inizia alle 3 del pomeriggio. Queste sono le impressioni della mattina che ho voluto “vergare”. Nel pomeriggio vi dirò com’è andata e farò il resoconto e la chiusa.

Seconda parte

Il pranzo è finito e siamo già al pomeriggio inoltrato di questa domenica. Sono a casa ed ho già assistito alla partita su Sky. La Roma ha vinto e la giornata non poteva finire meglio. Mi sono divertito e alla fine del pranzo abbiamo brindato e spento la candela (una sola, per carità) del compleanno. Non è mancata la foto con i nipoti prima del  rientro. Siamo stati benissimo e durante la fine del pranzo si è avvicinato al mio tavolo Romolo Raimondi, un vecchio Socio del San Valentino Golf Club, ora anche Consigliere dell’Associazione Sportiva, per salutarmi e farmi gli auguri di rito. L’ho invitato a sedersi accanto e abbiamo fatto due chiacchiere come spesso accade. Gli ho raccontato il mio stato d’animo dopo lo “stordimento” della mattina e gli ho esternato le mie preoccupazioni per il futuro dei giovani. Ma Romolo, nella sua illuminante saggezza, mi ha fatto notare un paio di cose che mi hanno fatto riflettere e mi hanno ridato un po’ di speranza. Mi ha ricordato il dopo della prima guerra mondiale quando in Italia c’era soltanto la fame e poi il dopo guerra del ’45 dove oltre alla fame si trovavano macerie dappertutto. Eppure l’Italia e gli Italiani si sono sempre rialzati. Per renderlo felice gli ho risposto “speriamo” e ci siamo abbracciati. Nel viaggio di ritorno ho riflettuto molto sulle parole  di Romolo e spero che anche questa volta si riesca a venirne fuori. Prego il Signore che Romolo abbia ragione e la mia speranza è rivolta ai giovani, soprattutto a loro. Ma questa volta non si parla di guerre con armi ma di altri strumenti più sofisticati che ti annientano e ti uccidono. E poi, di mezzo, non c’è solo l’Italia e gli Italiani; c’è il mondo intero! Staremo a vedere, spero molto di sbagliarmi.

In bocca al lupo a tutti quanti.

E’ stato un piacere

Domenica 22 ottobre 2017

Romano Giannini

 

MIO FIGLIO E’ JUVENTINO E PONZIO PILATO ERA UN LAZIALE

(Natale 2016)

Mio figlio Riccardo è Juventino e non ho mai capito il perché, o forse l’ho capito e cerco di spiegarmelo, ma non mi dò pace. Dov’è cresciuto, in casa, la Juve era l’acerrima nemica, il male assoluto, la società che insegna a vincere con qualsiasi mezzo, era l’arroganza del potere, era considerata l’unica squadra da eliminare, l’unica squadra che un uomo libero che pensa con la propria testa non può che detestarla e odiarla letteralmente. E allora perché? Forse – ma credo sia la verità – la ragione è perché suo padre, IO, ne ha sempre parlato come un nemico da abbattere e il figlio, in contrapposizione al  padre, decide di intrufolarsi nel gruppone dei perdenti che trovano rivincite solo nella Juve. Diventa così Juventino. Ha dato il cervello all’ammasso e non ragiona più con la sua testa. Si fa trasportare come quelli che comprano un prodotto sponsorizzato  dalla Tv e vanno a mangiare dai Cinesi o al McDonald. Sono dei poveracci ma non ci si può far niente, è la stragrande maggioranza, è la massa, è il concime. Quando ci pensi rabbrividisci ma ormai la frittata è fatta e devi sopportare. Un altro problema è quando un Juventino vince : se sta zitto e non si fa vedere dalla vergogna, tutto sommato lo perdoni. Non lo potrai mai giustificare ma il perdono è un’altra cosa e generosamente glielo concedi. Diverso è il momento quando l’Juventino ti fa partecipe del suo tifo e ti rompe i coglioni esternando a piene mani la sua gioia inveendo su di te nella propria convinzione di aver fatto la scelta giusta. A questo punto il perdono non è sufficiente  ed entra in ballo un altro sentimento : l’odio e, insieme all’odio, la prostrazione per aver messo al mondo un figliolo così. Dopo una trentina d’anni di vita familiare insieme, arriva il momento di farsi famiglia e l’Juventino cosa farà? dove andrà?, chi sposerà?. A me  interessa solo che si metta insieme ad una brava ragazza e mi faccia dei nipoti. Non pensi mai che scelga proprio una Juventina! Ma quando lo vieni a sapere gli fai tanti auguri lo stesso. Prevale sempre l’amore ed un padre deve essere superiore a queste cosette. Poi vieni a sapere che tutta la famiglia di Lei è Juventina. Il babbo, la mamma e persino la sorella. Non credi ai tuoi occhi e continui a sopportare questo colossale imbroglio. Vai avanti con una sola speranza : che nasca qualche figliolo e, in contrapposizione ai genitori, diventi Romanista e abbandoni il tifo per quella squadra. E qui arriva l’inghippo, la sfiga vera e propria. Cerco in tutte le maniere di far capire ai due nipotini che la Juve è il “male” e che la Roma vince poco perché vince pulito e quando vince ti dà delle gioie inimmaginabili, ma non riesco. Sono già Juventini anche loro. Non ci posso credere. Ieri sono andato al Cinema con i nipotini, Leonardo e Lorenzo. Parlando di Natale si è parlato di Gesù Bambino. Lorenzo, quello più piccino mi ha detto : “lo sai nonno che Gesù è stato crocifisso dai Romani ?”. A questo punto ho capito come fanno a convincerli e tirarli dalla loro e  mi sono arreso.  Volevo dirgli che Ponzio Pilato era un Laziale ma non ce l’ho fatta.

Rommel  24 Dicembre 2016

 

UN POMERIGGIO CON I NIPOTINI.

Leonardo e Lorenzo sono ospiti dei nonni, Rommel e Gardy. Hanno “quasi 8 anni il primo e quasi 5 anni il secondo. I nonni sono sui 16 lustri e quindi vecchi e un po’ rimbambiti.
Insieme al nonno guardano un bel film che parla di Mosè e dell’esodo degli Ebrei (schiavi degli Egiziani), verso la Terra promessa.
Ramsete 2°, figlio del grande Faraone Ramsete 1°, morto prematuramente, invidia Mosè perché era il “preferito” del Padre che lo aveva nominato Generale dell’Esercito Egiziano.
Quando Ramsete 2° scopre che Mosè non era Egiziano ma figlio di una schiava ebrea e accolto alla Corte del Faraone come Egiziano, la sua invidia verso Mosè diventa vero odio e lo fa esiliare nel deserto, abbandonandolo a se stesso e augurandogli una morte lenta e lunga. Ma Mosè incontra il portavoce del Signore (un ragazzo di una decina d’anni), si salva e diventa l’uomo di Dio in terra e Re degli Ebrei schiavi.
Dopo aver insegnato l’arte della guerra al suo popolo, un giorno il portavoce del Signore gli fa capire che è arrivato il momento di fuggire dall’Egitto e andare verso la Terra promessa, al di là del Mar Rosso. Mosè resta un po’ perplesso perché pensa che attraversare il Mar Rosso sia impossibile ma “una voce” gli ripete di avere fede e di andare a cercare la libertà per il suo popolo. A questo punto Mosè si offre completamente al Signore e con la fede ritrovata dopo tante esitazioni, organizza il grande esodo per il suo popolo.
Ramsete 2° viene avvertito della fuga degli schiavi guidati da Mosè e richiama il suo Esercito e parte a spron battuto, con migliaia di soldati a cavallo, per la caccia al raggiungimento di Mosè e degli schiavi Ebrei che, scappando, avrebbero messo in grande difficoltà l’Egitto e il suo giovane Faraone (chi avrebbe lavorato senza gli schiavi?). Nel rincorrere Mosè e gli Ebrei in fuga, Ramsete perde molti uomini perché sceglie una strada impervia e mai fatta prima. I cavalli si ribaltano e Ramsete resta solo con la truppa dimezzata. Quando sta per raggiungere il gruppone degli ebrei e li vede da lontano, vicini alle rive del mar Rosso, ecco il miracolo del Signore :
Il Mar Rosso si apre come se lasciasse una strada senz’acqua e Mosè e il suo popolo si mettono in corsa e arrivano all’altra sponda, dove si intravede la Terra promessa.

Ramsete rincorre Mosè ma quando sta per raggiungerlo le acque del mare ritornano improvvisamente a riunirsi e gli Egiziani affogano insieme ai cavalli. Ramsete e Mosè stanno per iniziare il duello finale ma il mare travolge anche loro.
Mosè riaffiora subito e si salva, applaudito dal suo popolo che dalla riva stava assistendo e dopo un po’ riemerge anche Ramsete, sconfitto e senza più il suo Esercito.
Il Signore ha fatto il miracolo per Mosè e gli ebrei schiavi che hanno ritrovato la libertà e ha voluto salvare anche Ramsete perché ha pensato che un uomo così cattivo e prepotente non doveva morire presto (sarebbe stata una liberazione!). L’ha fatto restare in vita senza più nessuno accanto e senza più alcun potere. E Ramsete ha vissuto ancora a lungo ma da poveraccio e con molti malanni.
Ha trionfato il bene e Leonardo e Lorenzo hanno applaudito il finale. Poi hanno fatto merenda, o meglio, Leonardo ha mangiato anche quella di Lorenzo che è un po’ inappetente e anche un po’ schizzignoso: “questo non mi piace, questo mi fa schifo, questo è anche brutto a vedersi, questo non ci penso nemmeno, ecc”).
A questo punto nonna Gardy ha pensato bene di fare una cenetta che piace a tutti e due : i maccheroni al ragu della nonna e difatti anche Lorenzo ne ha mangiata una bella piattata, come Leonardo.
Mentre la nonna preparava la cenetta Leonardo ha visto un po’ di calcio alla TV e Lorenzo è stato accanto al nonno che gli ha letto per la quarantottesima volta “I tre porcellini”.
Il libro l’ha scelto Lorenzo e nonno gliel’ha letto come neanche un grande attore lo avrebbe interpretato. Praticamente lo ha recitato e Lorenzo è stato molto attento, silenzioso e attratto dal racconto. Alla fine tutt’eddue hanno cantato il coretto dei Porcellini.
Dopo la cena si attendevano i genitori che erano andati a fare spese verso Barberino ma questi, come di consueto, ritardavano (con grande gioia dei loro figlioletti)
Leonardo sperava che arrivassero più tardi perché sta bene coi nonni e Lorenzo altrettanto : “Quando sono le otto?” “Manca ancora un’ora!” “Bene molto bene”, questo è quello che dicono in coro i nipotini quando sono dai nonni rimbambiti (forse perché dai nonni sono più liberi o forse perché nonno gli fa vedere anche qualche film con le battaglie che gli piacciono tanto, insomma i due pargoli dai nonni ci stanno bene!).
Lorenzo si è messo a giocare un po’ per conto suo vicino alla nonna e Leonardo ha visto l’inizio della Roma alla TV. Dopo dieci minuti la Roma perdeva già 2 a 0, nonno era un po’ incazzato e Leonardo pure (secondo me tifa Roma ma non lo può esternare perché in casa sono tutti per la Rubentus).
E poco dopo sono arrivati Riccardo e Federica a prendere i bimbi per portarli a casa loro.
I nipotini si sono imbacuccati ben bene (è arrivato il freddo e bisogna tapparsi bene!) e poi siamo arrivati ai saluti.
Riporto per i posteri l’atteggiamento e le parole dei nipotini al nonno rimbambito :
Leonardo abbraccia forte il nonno e gli sussulta nell’orecchio “Ti voglio tanto bene e forza Roma”.
Lorenzo a domanda : “Quanto bene vuoi a nonno?” risponde : “Per quanto te ne voglio non ci sono parole”.
SONO IMPARAGONABILI E QUASI INCREDIBILI DA RACCONTARE. FANTASTICI E FORSE VERAMENTE UNICI.
Questo breve raccontino, scritto in modo scolastico e senza alcuna riflessione o controllo è venuto spontaneo, dal cuore, per ricordare di che razza sono fatti questi bimbetti, peraltro viziati oltremodo. Rispondono come uomini formati e conversano veramente come grandi. Per la parte che mi spetta di diritto (sono o non sono il progenitore?), dichiaro di esserne molto orgoglioso. Speriamo che non si rovinino per strada e che non trovino compagnie sbagliate perché se tutto procederà nel migliore dei modi ne vedremo delle belle e, a quell’ora, spero di esserci anch’io. Avrò tanta esperienza da raccontargli.
In bocca al lupo ed un grande abbraccio.
23 novembre 2015

Nonno Rommel