L’angolaccio di Ricky Brodo

Il nome dell’autore di questi spazi  è quello che usavo – come pseudonimo –  quando curavo una rubrica mensile sul rotocalco “Telereggio” nelle edizioni pre e post televisive degli anni 73, 74 e 75. Anche il titolo della stessa rubrica è lo stesso.

Questa finestra ospiterà qualche riflessione, brevi racconti, fatti quotidiani e qualche vissuto attuale, tutto con la solita ironia e voglia di trovare la parte divertente in ogni occasione.

L’importanza dell’ironia e del sapersi prendere per i culo da soli!

Senza ironia e soprattutto senza autoironia, la vita sarebbe un susseguirsi di giornate grigie, tutte uguali, ripetitive, maledettamente monotone. Benedetto colui che riesce a prendersi per il culo, da solo, senza aspettare che lo facciano gli altri; e se gli altri lo fanno, essere capace di riderci sopra e rispondere mandandoli a cagare (alla reggiana).

Io sono cresciuto nella strada e nel barre ed ho imparato subito cosa bisognava fare  per essere all’altezza nel subire gli sfottò e nel contraccambiare di pari passo. Così facendo sparisce la permalosità ed entra dentro di te la voglia di ridere – sempre – sia quando ti prendono in giro, sia quando prontamente ed immediatamente rispondi.

Quando da ragazzo frequentavo il Bar Napoli gli sfottò erano il pane quotidiano ma erano anche una scuola di vita che ti faceva crescere e che – nel dopo – ti aiutavano ad andare avanti a testa alta anche nei momenti difficili. E parlando ai giovani vi dico ad alta voce : Non siate permalosi se vi prendono per il culo; Cercate di ridere anche se le prime volte farete fatica. Col tempo diventerà un esercizio abituale e vincerete tutte le battaglie che affronterete. E mentre rispondete col sorriso imparate a contraccambiare con la stessa moneta; esercitatevi a rispondere e vi sarà facile farlo quando vi si presenterà l’occasione. Se però, nonostante qualche sforzo, non riuscirete ad accettare le prese in giro e gli sfottò, allora non avrete scampo : sarete destinati ad una vita piena di tran – tran e grigiore perenne. Sarete, insomma, degli sfigati e dei poveracci.

Mi dispiace dire queste cose ma è così. Ho visto tanti amici permalosi e tristi che non sono riusciti a cambiare. Sono nati seri, tristi, permalosi e soprattutto invidiosi e, a quel punto, sono solo cazzi loro. Di notte si rigireranno nel letto e dormiranno anche male e non ci sarà scampo. Non c’è medicina che possa guarirli.

Questo “angolaccio” ospiterà i “racconti brevi”  con due pseudonimi : “Ricky Brodo” e “Rommel”.

 

 

LA PREMESSA ED IL PERCHE’ DELLA RACCOLTA

Qualche anno fa ho scritto un romanzo che narra della mia vita trascorsa nel paese natio, Cecina, fino ai vent’anni.
Non avevo ambizioni di “mercato” e, senza ricerca di Editori, lo feci stampare da una tipografia Reggiana.  L’idea era quella di  farne una strenna natalizia per i  tanti amici sparsi un po’ dappertutto, con i quali avevo ed ho passato qualche momento da ricordare del mio vissuto. Ne stampai un migliaio di copie e ne spedii, in omaggio, la metà. Una minima parte dell’altra metà la feci recapitare a 5 librerie fra Cecina e la mia città d’adozione, Reggio Emilia. Mio nipote Matteo, che fa il Blogger, ne inviò alcune copie a qualche rivenditore via Web solo per vederne l’effetto e verificarne qualche eventuale reazione.
Fatto sta che nel giro di un mese fui costretto a stamparne una seconda edizione perché le richieste, quasi inspiegabilmente, si facevano sempre più pressanti. Non avevo fatto alcuna pubblicità ma evidentemente “il passa parola” funzionava. Uscirono solo alcune recensioni sui quotidiani locali ed anche questo contribuì alla forte spinta iniziale.
Quando stavo assaporando qualcosa di imprevisto e stavo per accarezzare un discreto successo arriva la sorpresa. Due figli di un amico, più volte citato nel libro, ritenendosi offesi dal mio scritto, mi fecero avvicinare da un Legale per risolvere il loro problema in via amichevole altrimenti avrebbero intimato querela per diffamazione.  Siccome avevo “trattato” l’amico per quello che era e per quello che Lui – nel frattempo defunto – avrebbe gradito leggere di se stesso (per noi ragazzi era considerato un eroe, in negativo ma sempre eroe!) mi sentii offeso e rinunciai alle vie amichevoli e ritirai immediatamente il libro dal mercato e dal Web sperando che i minaccianti ci ripensassero e andassero al mare.
Ma dopo un paio di mesi mi convocarono i Carabinieri e mi annunciarono che ero stato querelato per diffamazione. Evidentemente non erano andati al mare. Non approfittai minimamente di questo inghippo che poteva rappresentare, paradossalmente, un buon viatico per il mercato. Bastava fare un po’ di pubblicità per riaccendere l’interesse e rimettere il libro in vendita ma non ci pensai neanche un minuto. Il libro era stato ritirato e tanto era. Ne avrei eventualmente riparlato dopo il processo che durò oltre quattro anni. E alla fine il Giudice mi assolse con formula piena – esaltando addirittura l’opera letteraria – e fece pagare le spese ai querelanti. Vittoria piena e soddisfazione alle stelle. A quel punto avrei potuto ristampare il libro e ripartire daccapo, magari facendo leva sul processo e sull’assoluzione, ma non feci  nulla di tutto ciò. Pensai che sarebbe stato meglio cercare un Editore/Distributore e cedere i diritti.  Incaricai mio nipote, il blogger, di darsi da fare. Costruì un sito www.hopaurachemiprendaperilculo.it (titolo del libro) e scrisse ad una decina di Editori segnalando il sito dal quale si potevano conoscere le qualità del libro, qualche estratto del romanzo, le critiche, le recensioni del Web, la “storia” della querela e l’iter processuale conseguente.
Fui avvicinato da alcuni Editori ma non trovai alcun accordo in quanto il perfezionamento delle modalità  prevedeva alcuni miei spostamenti per  farmi intervistare di qua e di là per la cosiddetta “promozione”. Ritenni tutto ciò assurdo (“non mi vedrete mai a fare promozione : niente foto e niente tv :  no massa, no concime”. Era ed è la mia promessa scritta a pagina 5 dello stesso libro) e declinai. Dopo questo andazzo decisi di  non fare più nulla, né da solo, né con altri del mestiere. E misi l’animo in pace. Continuai a scrivere qualcosa riguardante il seguito di quanto promesso e cioè la seconda e terza parte : Carpi, dal ‘56 e Reggio Emilia, dal ’65, ma senza quella grande spinta e quel “furore” che mi erano appartenuti in occasione della prima opera (mi scuso per la presunzione!). Di tanto in tanto abbandonavo il seguito del romanzo successivo e mi davo a scritture più veloci e dirette : i cosiddetti “raccontini”. Lo facevo e lo faccio come nelle intenzioni del primo libro “incriminato”: solo per il mio piacere e di quello di pochi familiari e amici. Tutto qui. The end.
Il libro è introvabile da cinque anni ma nel frattempo io ricevo settimanalmente richieste scritte e via filo per invio di copie dello stesso. Sembra incredibile tutto ciò ma non sò come farmi capire senza passare da sbruffone. Le telefonate non sono registrate ma le lettere e le Email sono lì, pronte per essere esibite a testimonianza delle mie verità. Rispondo cordialmente “grazie dei complimenti, mi dispiace, ma non possiedo più alcuna copia. Se trovo un buon Editore forse ritornerà in commercio”. Anche il sito cessa di essere aggiornato. L’iniziativa è stata archiviata e non se ne parla più. Le cose nascono e finiscono. Non ci penso più ma continuo a scrivere i miei “raccontini”.
Passano un paio d’anni e, improvvisamente, una mattina nella mia posta appare un invito di una Agenzia Editoriale  (LOREM IPSUM) a inviargli un mio libro scritto “inedito”. Mi dicono che hanno trovato il mio nome perché sono inserito nelle Newsletter di un Editore con il quale stanno lavorando. Rispondo che non ho alcun scritto inedito e li invito a visitare il mio sito dal quale è possibile “scoprire” qualcosa sul vecchio, quello ritirato dal mercato per via della querela.
Dopo una settimana mi rispondono che, contravvenendo ai loro princìpi editoriali, ritengono di “scoprire” per intero il vecchio libro e me ne chiedono una copia per soppesarlo meglio. Glielo spedisco anticipandogli che se trovassero interesse a parlarne li aspetto a Reggio Emilia con invito a pranzo.  Dopo una ventina di giorni mi rispondono e questa volta con  firma di un Titolare. Il Signor Jacopo Viganò verrà ad incontrami a casa mia. Ci mettiamo d’accordo sul giorno e sull’ora e, voilà, il dado è tratto.
Alle 11 del 2 marzo Jacopo entra  in casa mia. Ci presentiamo, facciamo due chiacchiere sul viaggio e sul tempo e dopo una mezz’oretta si monta in macchina e si va al Golfino, il ristorante del San Valentino Golf Club, per il pranzo. Ci accorgiamo di garbarci. Ci divertiamo e diventiamo amici. Dopo il dessert ed il caffè incominciamo a parlare del libro e Jacopo mi lusinga sottolineandomi il piacere che ha trovato nella lettura e la voglia di “rimaneggiarlo un po’”, eliminando qualcosa ma allungando qualcos’altro. Viene fuori addirittura l’idea di farne due come Bill Kid, il film di Tarantino.  Insomma non mi voglio oltre dilungare. La sostanza dice che il libro ha buone potenzialità che inducono ad investirci un po’ di tempo. Sono felice e mi metto a disposizione. Jacopo Viganò ci sta lavorando e presto ne sapremo di più.  Prima dei saluti e del rientro a Milano mi sono permesso di consegnargli una cartella con cinque o sei miei “raccontini” per cercare di farlo sorridere nei momenti di relax. Sono scritti con molta ironia e con qualche parola tipica del mio vernacolo, quello di Cecina. E qui nasce l’idea di prepararne una cinquantina per farne una raccolta in un libretto, magari da “regalare” insieme alla nuova edizione del libro. Non saranno le poesie di Montale ma si farà qualche risata, questo è certo!
Questa “premessa” verrà inserita in una finestra apposita nel  mio  sito, da un po’ di tempo abbastanza depresso, che nei prossimi giorni verrà aggiornato (*)

E’ stato un piacere.

Buona lettura e, soprattutto, buon divertimento.

Reggio Emilia aprile 2017

(*)  “Premessa”  inserita,  oggi 8 maggio 2017.

 

 

TUTTO SCORRE COSI’NFRETTA

(…una giornata di gennaio del 2017)

La sera dell’albero di Natale e del Presepio sembra ieri  e invece siamo già alla domenica dopo la Befana. E’ l’8 gennaio e da allora son passati 15 giorni. Metà mese e praticamente in poco più di 20 giorni passa un anno. E sarà sempre peggio. Alla fine di quest’anno, se c’arrivo, sarà come se fossero passate una quindicina di giornate.  Tutto scorre “cosìnfretta” che ‘un te n’accorgi neanche più.  Ti svegli, scappi in bagno per la pisciata mattutina, guardi l’orologio e decidi di alzarti per riempire la giornata e allungare questa vita del cazzo. Sono le nove, ti sciacqui un po’ alla meglio, ti vesti come se dovessi andà chissàddove e vai al bàrre a fare colazione. Incontri qualche amico, dici qualche cazzata, prendi la pasticca per la pressione, paghi, vai nell’edicola accanto, prendi tre quotidiani che a fatica leggi i titoli e ritorni a casa. Son passati sì e no venti venticinque minuti e la giornata, fuori casa, è già finita. Anzi no, ti risciacqui un po’, ripisci ed esci tutto imba’uccato per la giratina quotidiana. Ti metti i guanti e fai il giro del rione con la Gazzetta dello Sport. Cammini e leggi passeggiando su strade impervie e piene di bu’e (ottime le manutenzioni stradali del Comune!) e quando, dopo una mezz’oretta rientri, vai subito a ringraziare duottrè santini per avere le caviglie ancora intatte. Hai scansato il rischio di qualche distorsione e sei felice. Sono rientrato in casa tutto rinfreddolito e devo pianificare il resto della giornata. Cosa faccio? Raduno qualche cosa del passato? Aggiorno il calendario degli impegni?  Telefono a qualche amico? Scrivo qualche raccontino breve? Aggiorno il menabò del prossimo romanzo? Dò una mano  alla mi’ moglie? Rintuzzo il camino? Mi sdraio sul divano e ascolto un po’ di musica? Insomma, che cazzo faccio? Penso, ripenso e poi, in un attimo decido : mando tutti a ca’à e mi metto in poltrona a leggere un libro di Simenon.  E la memoria va al 36 di quai des orfevres e a Maigret. E ai bistrot di Parigi, al Calvados e alla birra alla spina. Alle ‘ova sode inzuppate nel sale e soprattutto al ritmo di quei tempi. Poi penso al ritmo di oggi e al futuro dei nipoti e mi viene voglia di spararmi. Sono un vigliacco e decido di rimandare. Dopo pranzo mi rivedo la partita della Roma di ieri a Genova e finalmente soffro meno di quando l’ho vista in diretta. Nel pomeriggio faccio merenda con qualche biscottino ma penso alle merende di quando mangiavo dozzine di datteri o la torta di ceci e mi preparo per la sera. Il cartellone degli spettacoli è pieno zeppo. Rai 1, Rai 2, Rai 3, Canale 5, Rete 4, Italia 1, La sette e tutti i canali di Ski. Vado su Ondemand e scelgo un vecchio film : “Il ponte sul fiume Kwaj” e ripenso a quando lo vidi 55 anni fa al Supercinema di Carpi.  Quelli sì che erano bei tempi. Certamente non paragonabili. Domani vi dirò se era perché avevo 55 anni meno o se invece è cambiato tutto perché la vecchiaia è una “cagata stratosferica”, peggio della Corrazzata Potiomkin. E’ stato un piacere.

Rommel, la volpe del deserto (quello prima di El Alamein)

 

LA TERZA ETA’, QUASI QUARTA

“una puttanata stratosferica!”

”Sei incapace di vedere l’inesorabilità del tempo!” : E’ una semplice frase che se te la spiattellano addosso con troppa sincerità, ti fa riflettere e ti spappola. Smetti di parlare e pensi soltanto ad uno specchio. Ti vuoi guardare bene ammòdo e te ne vuoi rendere conto personalmente; toccandoti la faccia, avvicinandoti di prospetto e di profilo. E ti fai schifo e pensi a quando ti chiamavano Gregory Pècche ed eri bello e vomiti! Perché una persona deve ridursi in questo stato? Perché ad una certa età si diventa ostaggio degli altri? Perché non siamo più buoni a nulla? Perché ci si stanca subito? Perché si deve stare attenti a tutto quello che si mangia e che si beve? Perché per stare più lungo al mondo siamo obbligati a prendere pasticche per la pressione, pasticche per il colesterolo,  pasticche per il diabete e altre che  certamente mi scòrdo? La vera ragione è l’egoismo e la voglia sfrenata di continuare a vivere per vedere come va a finire. Della fine siamo certi ma vogliamo vederla da vicino. Si diventa talmente “egoisti” che ce la vogliamo “godere” tutta per noi. Si, perché l’inevitabilità e la velocità dello scorrere del tempo è stata studiata perfettamente per farti giungere al traguardo come Dorando Petri alla marcia di Londra di cent’anni fa. Sbandare da una parte all’altra e stare in piedi perchè ti appoggi a tutto, altrimenti caschi in terra e non ti rialzi più. Che meraviglioso progetto! Appena nato parti a tentoni e ruzzoli per terra e non ti fai nulla. Ti rialzi, ricaschi e ridi. La mamma ti dà la puppa e te puppi e cresci. Poi cammini sempre meglio e poi corri, corri e dopo un’ottantina d’anni arrivi alla terza età, quasi  quarta e devi stare attento a tutto perché se questa volta caschi son dolori. È facile rompersi l’osso del collo o un femore e allora son cazzi! Il progetto è geniale : ti fanno arrivare alla terza età, quasi quarta, rimbecillito, rintronato, rimbambito e, se hai fortuna, ancora in grado di capire, leggere,  scrivere e a mala pena riconoscere. Se invece ti succede qualcos’altro e sei costretto a prendere qualche pasticca in più, ti alzi la mattina e vegeti. Aspetti la sera, guardi un po’ di televisione, t’addormenti, poi e vai a letto ma non sai se ti sveglierai. Pensi alle cose che hai fatto nella vita, pensi alla moglie che resterà sola e come farà, pensi ai figli, ai nipoti, ai pochi amici rimasti e speri che si ricordino di te ma sai in cuor tuo che dopo qualche mese, massimo un annetto, non gliene fregherà più niente a nessuno. Ogni morte di Papa, forse un pensierino veloce te lo dedicheranno e tutto finisce lì. PERCHE? Perché è meraviglioso così.  Pensateci bene. Cosa sarebbe l’immortalità se potessimo comprarla? Sarebbe il mondo degli arroganti e dei cattivi. E invece è bene che muoiano anche loro. Meglio però sarebbe se morissero un po’ prima! La morte è la livella come diceva Totò. Si diventa tutti uguali, anche gli arroganti, i prepotenti, i buffoni, gli assassini, i ladri e soprattutto i “padroni del Mondo”, quella dozzina di uomini che determinano le condizioni di vita degli altri. E bello sarebbe trovarsi vicini a questi mascalzoni e fargli delle pernacchie e pisciargli addosso. Il progettista di questo mondo è stato FANTASTICO ma se non viene un po’ giù a controllare sarà sempre peggio. Non parlo per me ma in generale per quelli un po’ più sfigati e ancora vivi.
Personalmente ringrazio Iddio, il progettista, dalla mattina alla sera perché sono fortunato ed il culo mi ha sempre protetto. Mi sono goduto la vita come difficilmente sarebbe stato possibile immaginare. Ho fatto tutto quello che ho voluto e con mia moglie ho creato una famiglia fantastica. Tre figli e quattro nipoti meravigliosi. Non potevo chiedere di più. Sto ancora godendomi qualche spezzone di vita con altri ritmi ed ho ancora voglia, ogni tanto, di vedere i miei amici, quei pochi rimasti.  Quando ci vediamo a cena siamo sempre meno e parliamo degli assenti con sempre maggiore tristezza. Spero solo di non diventare egoista come tutti quelli vicini alla dipartita. Anche se è normale mi auguro di non far parte di questa categoria. Prima di diventare egoista sarebbe meglio “andare”, sereno, convinto di aver fatto in pieno la mia parte e non aver rimpianti. Da una parte vorrei far buttare le mie ceneri in mare, sugli scogli della “secchitella”, davanti al Settebello, dove andavo a pescare coi palamiti insieme al mio amico Ireno quando facevo parte della “seconda età”, quella vera, quella da vivere intensamente come l’ho vissuta. Ma ho “paura” di risvegliarmi e bruciare come Giovanna D’Arco. Ci devo ancora pensare.

E’ stato un piacere. Un abbraccio a tutti quanti.

Rommel – marzo 2017

 

              

QUELLA CENA A SABBIONETA CON VITTORIO

Quando la televisione non l’aveva ancora scoperto

L’occasione me l’ha data la radio. Qualche giorno fa, mentre scrivevo, ascoltavo un programma alla radio. Parlavano di Paolo Conte, era il suo compleanno. E’ un mio idolo e smetto subito di scrivere e drizzo le orecchie. Giovanni Veronesi parla al telefono con Adriano Panatta e la domanda  è : “lo conosci Paolo Conte?”. Alla fine di quel colloquio mi rivenne a mente, come un’ondata di gioia e la voglia di esternare, il mio secondo incontro con Vittorio Sgarbi, una ventina d’anni fa.
A Reggio Emilia, ad una cena dove Lui era l’ospite d’onore.  Come mai per così tanti anni non ho mai pensato di scrivere qualcosa di quell’incontro e oggi mi garba farlo?  La ragione è quella conversazione tra Veronesi e Panatta. Quel modo di “salutarsi sorridendosi a bocca chiusa” mi sembrò volesse ricordarmi quel mio secondo incontro con Vittorio.
Mi spiego : Panatta rispose che non ci aveva mai parlato, che lo stimava molto e raccontò un aneddoto. “Stavo cercando di mettermi a sedere su un aereo Roma – Milano ed ero appena riuscito a chiudere il piccolo bagagliaio sopra la testa quando vidi Lui a cinque o sei metri che stava facendo le mie stesse mosse con la borsa da viaggio. E’ ancora in piedi e sta per sedersi. In quel momento incrociamo gli occhi e, come per incanto, ci soffermiamo per alcuni secondi. Ci guardiamo e poi, in contemporanea, ci sorridiamo e prendiamo posto. In poche parole ci eravamo riconosciuti e ci eravamo dati l’assenso del reciproco piacere senza proferire parola alcuna. Eravamo entrambi felici di quel momento che ricordo ancora come un momento “silenzioso” ma molto importante. E’ stato molto bello”.
Quella risposta di Panatta e quel comportamento tra lui e Paolo Conte mi hanno riportato alla memoria proprio quella cena a Reggio Emilia, dove era ospite Vittorio Sgarbi.
Prima di arrivare al perché la risposta di Panatta mi ha spinto a scrivere bisogna fare un flash-back di una decina d’anni da quell’incontro di Reggio Emilia.  E precisamente ad un’altra cena, a Sabbioneta, una trentina d’anni fa, quando Vittorio stava già “scalpitando” ma lo conoscevano in pochi e la televisione era ancora lontana.
Siamo a Sabbioneta, alla mostra dell’antiquariato, ed io e mia moglie siamo ospiti di un paio di amici del “mestiere”, Gianni e Silvestro. L’invito prevede l’ingresso al Teatro Olimpico nel tardo pomeriggio e la cena “ai Cappuccini”. Mia moglie mi anticipa insieme alle mogli degli amici ed io raggiungo, più tardi, il gruppo al Teatro  senza sapere che programma era in corso. Arrivo e l’incontro con un pittore sul palco era già quasi finito. In quel preciso momento prese la parola Vittorio Sgarbi che credevo,  in qualche modo, dovesse fare il critico compiacente verso i quadri del pittore ed invece le “parole a voce alta” del giovane e baldo professore furono un vero boomerang. La critica fu feroce ed il pittore rimase senza fiato e molto scornato. Le cronache dicono che dopo un paio d’anni aprì una pompa di benzina in provincia di Belluno.
In un attimo diventai un “fan” del giovane critico. Mi garbò subito e incominciai a difenderlo e sostenerlo nei successivi parlottii con i presenti al teatro, compreso i miei amici. “Questo farà carriera e fra poco lo vedremo protagonista in tivvù” erano le mie parole che andavo sostenendo. Ma tutto finì lì. Eravamo in uscita dal Teatro Olimpico e stavamo incamminandoci verso “i Cappuccini”, un famoso Ristorante della zona.
A tavola eravamo una ventina di persone ed io mi ritrovai di fronte, due posti a destra, il professore. Non sapevo che era anch’egli invitato a quella cena ma la cosa mi rese felice. Ci incominciammo a guardare senza spartito e con sfacciata alterigia verso tutti gli altri. Eravamo i protagonisti ed io iniziai ad intrattenerlo elogiando il suo modo di fare. Sottolineai il suo istrionismo e gli feci capire quanto imbonitore fosse.  Prima che Lui intervenisse nella discussione sferrai una micidiale battuta che gli fece strabuzzare gli occhi : “se fossi il suo agente lo farei diventare un grande showman” e poi sfornai altre idee, per Lui molto allettanti come quella di affittare i Teatri delle città di provincia e “distruggere i più ricchi e famosi personaggi del posto”; dietro grandi ricchezze ci sono sempre morti (Tolstoj) e dopo un po’ di “rumore” su queste “esibizioni”, voilà, la televisione. Non mi dilungherò sugli altri argomenti che lo stavano “prendendo” e mi fermai. Smisi di parlare aspettando una qualche risposta.
I presenti alla cena diventarono tutti molto curiosi. Ed il professore chiese informazioni e si dimostrò molto disponibile a continuare il colloquio.  Alla Sua domanda “Le dò carta bianca, butti giù una bozza di contratto”, risposi che avevo scherzato e che facevo un altro mestiere. Ma il professore non volle sentire ragioni e rispose :”va bene ho capito, ne parliamo in settimana anche con il mio Legale” e si decise, senza preaccordo alcuno, di terminare la conversazione.
Ci salutammo con un gran sorriso e ognuno a casa propria. Due giorni dopo squilla il telefono e mi si presenta un avvocato di Parma. Mi dice che vuole parlarmi ed è una cosa importante. Mi parla di Sgarbi e del proposito di fargli l’Agente/Produttore. Insistè moltissimo nel volermi vedere subito e, per non essere scortese, lo invito a casa mia per il pomeriggio. Arriva puntuale con una Signorina al seguito. E’ un uomo prestante e molto gentile. Mi ribadisce il desiderio di Vittorio Sgarbi e insiste a dismisura. In quel periodo della mia vita ero impegnato su diversi fronti e non avevo veramente tempo per dedicarmi ad un’altra attività come quella propostami. Era affascinante ed ero convinto che avrei fatto bene ma non ne avevo il tempo e dovetti rinunciare. L’avvocato ci rimase malissimo. Non vidi più nessuno, tantomeno Vittorio, fino a quella sera a Reggio Emilia, una decina d’anni dopo, quando Lui era l’Ospite d’Onore ed era diventato famoso.
Era una serata organizzata da un Club Service e Lui era al tavolo degli organizzatori. Da quel posto avrebbe dovuto parlare al termine della cena. Io ero ad una decina di metri, seduto al mio tavolo rotondo con altre sette persone.
Passarono si e no cinque o sei minuti e i nostri sguardi incominciarono a lavorare. Fra un saluto ed un altro con i rompicoglioni che lo “sommergevano” c’erano piccoli intervalli dove gli sguardi si ritrovavano e continuavano. Silenziosi e senza alcun ammiccamento per un quarto d’ora buono. Poi un gesto con la mano a mo’ di saluto da parte Sua e il mio abbassamento della testa indicante l’aver compreso. Poi un gran sorriso ed altri sguardi. Nessuno si alzò per andare a salutare l’altro. Siamo orgogliosi e “diversi” dalla “massa”. Eravamo felici e contenti in quel modo. Discreto, silenzioso e lontano dalla curiosità degli altri. Non se ne accorse neanche mia moglie che sedeva accanto a me. La serata finì tra gli applausi. Aveva avuto grande successo ma io non mi ero mai alzato, nemmeno per andargli a stringere la mano. Mi erano bastati quelli sguardi e quelle intese. Non c’era alcun bisogno di esternare i sentimenti ad atri.
Quella sera e quell’incontro mi sono ritornati alla mente quando, vent’anni dopo, Panatta descrisse l’incontro con Paolo Conte. Nel mio ricordo c’è però qualcosa in più perché alla fine di quella cena reggiana mi alzai per andare al guardaroba a ritirare il soprabito e mentre me lo consegnano, mi sento battere una mano sopra una spalla. Mi giro e vedo Lui che mi allunga la mano ed io gliela stringo. Mentre gli sorrido Lui mi saluta dicendomi “almeno una stretta di mano, auguri e buonanotte”.
Gli astanti mi guardarono incuriositi ed io mi allontanai sorridendo loro. Senza parlare.

Rommel  28 gennaio 2017

 

 

QUEL 29 APRILE, IN QUEL VETUSTO STADIO DI AMSTERDAM

dedicato a Bonfo, mio vecchio amico

Quando Bonfo aveva una decina d’anni, l’aereo che da Lisbona riportava in Italia la squadra del Torino andò a sbattere sulla punta di Superga e si schiantò a terra. Morirono tutti e fu una tragedia nazionale e non solo. Quel giorno e quella tragedia avvicinò al tifo per il grande Torino “scomparso” moltissimi giovani di quella generazione. E’ quasi paradossale che uno scelga una squadra che non c’è più, ma è anche comprensibile che l’eco della notizia ed il cuore generoso di tanti Italiani abbiano prevalso su una scelta che, di lì in poi, non avrebbe loro garantito quelle vittorie alle quali i vecchi tifosi del Grande Torino erano abituati. Tranne i tifosi torinesi della Juventus – per evidenti ragioni di campanilismo stretto – sono sicuro che quasi tutti gli altri italiani di quell’epoca, tifosi di altre squadre, abbiano “adottato” il grande Toro come seconda squadra. Bonfo, a quell’età, scelse il Toro come prima squadra e da allora le è sempre rimasto fedele ed io, tifoso della “maggica”, non posso che simpatizzare per il Torino come seconda squadra.
Fino alla strage dell’Heisel, quando fui presente alla finale di Coppa Campioni fra la Juve ed il Liverpool, il campo di calcio era sempre stato tra gli appuntamenti più importanti della mia vita. Non ne perdevo una. Rispondevo sempre presente nelle partite di Campionato, nelle partite di Coppa in Europa e nelle partite dei Mondiali. Ma quella giornata di Bruxelles mi traumatizzò e promisi a me stesso di non presenziare oltre gli stadi. Optai per la sola televisione e da allora ho tradito la “promessa” solo in due occasioni. Il primo tradimento ha riguardato proprio quel 29 aprile del ’92, la partita di ritorno ad Amsterdam della finale di Coppa Uefa tra l’Aiax ed il risorto Torino di Mondonico. A Torino finì 2 a 2 e quindi, per vincere la Coppa, bisognava vincere ad Amsterdam o pareggiare con più di tre reti. Ci sarebbe voluto un miracolo ma il Toro di quell’anno era squadra che poteva ambire anche ai miracoli ed io ero già pronto per tifarlo attraverso il video. Ma! Ecco l’occasione per scrivere di quella giornata e di quella partita dopo venticinque anni.
Il pomeriggio del giorno prima della partita mi arriva una telefonata da Bonfo che mi invita alla partita di Amsterdam. A bordo di un Jet privato di proprietà del Presidente del Toro, suo amico. Come posso rifiutare? Penso alla nuova bella esperienza e mi presento all’aeroporto di Bologna con altri due amici, Poncio e Gianni. Dovevamo incontrarci anche con Bonfo ma, all’ultimo momento, non potè raggiungerci perché trattenuto a Roma per le consultazioni della vecchia balena bianca per l’elezione del Presidente della Repubblica. Noi col Jet, il pilota ed il suo Segretario e lui a Roma per obblighi istituzionali. Per inciso dopo oltre una quindicina di scrutini, elessero Scalfaro, una vera jattura durata sette anni.
Io partii con il registratore audio, mio compagno fedele in tutte le gite o trasferte. Ero solito registrare le voci degli amici e le impressioni dei momenti, compreso la cronaca delle partite e le interviste dei protagonisti.
Il viaggio col piccolo aeroplano fu fantastico e nel tardo pomeriggio atterrammo ad Amsterdam. Passammo dai bagni per una risciacquatina e quando arrivammo al Terminal trovammo due persone elegantissime che ci vennero incontro dandoci il benvenuto. Ci fecero salire su due Mercedes nere del Corpo Diplomatico, con tanto di bandierine dell’Italia e dell’Olanda postate sui parafanghi anteriori. Ci guardammo stùpiti e non nascondemmo la nostra gioia esternando ai nostri accompagnatori dei gran sorrisi. Nessuno parlava l’inglese ma ci intendevamo benissimo con gesti e mimica tipicamente Italiana. Loro ridevano ma non capivano nulla e ci fecero attraversare il centro di Amsterdam. Gli altri andavano tutti a piedi o in bicicletta e noi eravamo su due Mercedes che salutavamo i passanti come fa il Papa quando viaggia in mezzo alla folla festante. Bonfo all’epoca era Sottosegretario all’Industria e aveva organizzato tutto a puntino e noi godevamo il privilegio del momento. Per la verità io quasi mi vergognavo un po’, ma dopo un primo momento alquanto tentennante, mi adeguai e, per una volta, mandai tutti a cagare e continuai a registrare e divertirmi. Ci scaricarono all’interno dello Stadio, quello vecchio dell’Aiax, quello che ospitò per l’ultima volta quella partita prima di essere abbattuto. Ci indicarono i posti prenotati in Tribuna d’Onore e ci fecero capire che loro rimanevano lì per riportarci all’Aeroporto dopo la partita.
Due pali, una traversa ed altre molte occasioni non bastarono al Torino per aggiudicarsi la Coppa. Non bastarono neanche gli atteggiamenti di Mondonico fuori dalla panchina. Inveì tre o quattro volte contro la terna arbitrale ed una di queste volte è rimasta nella memoria di tutti i Torinisti. La famosa scena della sedia rivolta al cielo in segno di protesta. Finì zero a zero e rimanemmo molto scornati e per dirla in modo volgare anche molto incazzati. Le porte dello Stadio non si aprirono subito dopo la fine della partita perché dovevamo assistere alla premiazione e ci toccò ascoltare anche quella canzone dei Queen, The Champion, o qualcosa di simile. A mezzanotte decollammo da Amsterdam e facemmo ritorno a Reggio Emilia. Durante il viaggio ascoltammo qualche registrazione e ritrovammo il sorriso. Atterraggio verso le due di notte e dopo meno di un’ora eravamo al Condorino a mangiare una pizza. Era il 29 aprile del ’92, venticinquanni fa e sembra ieri. E’ lo scorrere del tempo, bellezza! Se non passa esci prima dalla partita e sparisci per sempre! Molto meglio la panchina e ricordare, come faccio adesso io, oggi, 29 aprile 2017.

E’ stato un piacere.

Rommel

 

E DOMANI?

Racconto breve, anzi cortissimo, di Romano Giannini

E’ mezzogiorno e un quarto, sono seduto davanti al computer e controllo la posta. Ho risposto e fissato un appuntamento con tre amici coi quali domani pranzerò al Golfino di San Valentino e, ne sono certo, passeremo bei momenti e ci divertiremo. Accendo la radio sintonizzato sul 2 della Rai e ascolto Max Cervelli, Giovanni Veronesi e Dario Bandiera. Il programma è molto divertente e Bandiera mi fa parecchio ridere. Decido di continuare l’ascolto della radio e abbandonare il resto.  Mi rilasso e mi sdraio sulla mia poltrona. Poi, dopo un paio di minuti, penso che potrebbe essere una buona occasione per scrivere qualcosa. Il morale è alto e la “voce interna che spesso mi suggerisce” è lì, pronta e desiderosa di intervenire. E’ un po’ di tempo che non l’adopro e ha bisogno di sgommare altrimenti si impigrisce. E decido. Spengo Internet e schiaccio il tasto del foglio di carta. E’ bianco ed è pronto a riempirsi. E’ un momento entusiasmante : la radio in sottofondo, la lampada accesa sopra il computer crea quell’atmosfera che t’invoglia, il foglio è bianco e mi dice “vai” ed eccomi qui.  A questo punto, con tutte queste cazzate che ho scritto, dove vado a parare? Cosa scrivo? Di cosa parlo? Fra un quarto d’ora ho un appuntamento con Jennifer; è una venditrice di qualcosa che non ho ben capito. E’ stata molto carina e sono curioso di vederla. Mi immedesimo spesso nei venditori e nelle loro difficoltà e appena ne sento uno gentile e cordiale mi incuriosisco e lo voglio vedere, specialmente se si tratta di una donna. Sospendo la scrittura e vado ad aprire a Jennifer. Ci sentiremo più tardi. Mi verrà un’idea. Mi succede sempre così. Quando trovo l’atmosfera giusta la “voce” incomincia a sussurrare e, praticamente, scrivo sotto dettatura. E’ qualcosa di affascinante, quasi impossibile da descrivere. Sospendo per una mezz’oretta. A presto….
Ho salutato Jennifer ed è’ l’una passata, il “tocco” e risòno sui tasti in attesa della chiamata della mi’ Gardenia; di buon’ora mi ha chiesto se gradivo la minestra di ceci coi maltagliati e c’ho già l’acquolina in bocca. Sono ancora emozionato ma ora sò cosa scrivere. Butterò giù un racconto breve ma ho deciso che lo finirò domani pomeriggio, quando rientrerò dal pranzo con gli amici. E’ un po’ di tempo che non ci vediamo e il piacere è tanto. E’ la prima volta tuttèttre insieme. A Paolo e Andrea si è aggiunto questa volta anche Giovanni. Il meteo promette una bella giornata di sole. Arriveremo al Golfino prima di mezzogiorno e faremo tre o quattro buche a piedi, sul verde che di più non si può. Respireremo aria pura, sgranchiremo le gambe e dopo un’oretta e una bella sciacquatina ci accomoderemo al tavolo per il pranzo. Alberto ci servirà di tutto punto e per un paio d’orette dimenticheremo le brutture del mondo. Di cosa parleremo? Gli argomenti sono tanti ma sono certo che saranno centrati; un po’ di nostalgia, qualche vecchio buon ricordo e molta attualità. Faremo molte risate, ne sono certo, e dopo il pranzo Giovanni si esibirà al piano e suonerà tre o quattro pezzi solo per noi. Il programma prevede una breve passeggiata digestiva e poi il rientro. Quando ci saluteremo sarà già nostalgia e se mi verrà voglia di aggiungere qualche particolare e continuare il racconto, domani lo sapremo. Altrimenti mi accontenterò di questo “spezzone” e il seguito lo terrò solo per me. Considerando l’età e la libertà conquistatami nel tempo me lo posso permettere. Il menù e la cronaca della giornata hanno poca importanza. Quello che conta è l’attesa e il momento dell’incontro. A quel punto la festa è già finita. E’ un po’ come quando ti prepari per far l’amore dopo averlo immaginato e desiderato. Senza preamboli attesa ed emozione, saremmo semplicemente animali. E l’atto fa parte del programma, ma l’orgasmo è un episodio e non sempre è soddisfacente. Qualche volta è persino faticoso e non vedi l’ora che finisca per rilassarti e fumare una sigaretta. In molti casi il gioco non vale neppure la pena. E se Lei poi ti dice “lo rifacciamo?”, la mandi volentieri a cagare e rimpiangi di non esserti fatto una sega o pugnetta che dir si voglia! Almeno decidi da solo il tempo e smetti quando ti pare. Benedetta masturbazione! E se volete continuare a leggermi andate su altri racconti. Li troverete su questo mio sito : (www.hopaurachemiprendaperilculo.it), alle diverse finestre “extra libro”.

Maggio 2016. E’ stato un piacere.

Rommel

 

Anteprima assoluta e riservata

Da Romano Giannini, toscano di scoglio residente a Reggio Emilia

      A tutti gli amici di Trigoria, di Roma Radio e Roma TV in parti uguali

     

IL MIO TIFO PER LA ROMA, UNA STORIA D’AMORE E PATIMENTI

Oltre sessant’anni di incazzature, ingiustizie, malefatte e qualche orgasmo

Le ragioni di una scelta controcorrente ma consapevole dalla nascita

Racconto in 10 capitoli –  1° parte, la premessa ed il perchè

Avevo poco più di quindic’anni e facevo il tifo per la squadra del mio paese, il CECINA. Delle squadre di serie A non me ne fregava niente. I miei amici del Bar Napoli erano quasi tutti per la Juve, per l’Inter e qualche altro per il Livorno e la Fiorentina. Io non volevo intrupparmi e non mi decidevo. Ritenevo, già allora, il Nord troppo potente e condizionante, soprattutto per la stampa e la classe arbitrale, troppo servile con i poteri forti.  Preferivo andare controcorrente e, forse per il solo spirito di contradizione, sono sempre stato con i meno, spesso da solo. Godevo di essere fuori dagli schemi e dai conformismi e mi divertivo a provocare pur sapendo che mi sarei divertito  meno di quelli che tifavano per la Juventus, o per Coppi, o per Benvenuti, per i più, insomma.
Il mi’ babbo leggeva la Gazzetta dello Sport ed io ogni tanto la sbirciavo  ma compravo “L’informatore Sportivo” che usciva due volte alla settimana ed era un giornale di Livorno, diretto da Aldo Bardelli. Dava molto spazio al calcio minore, soprattutto quello della provincia ed io leggevo volentieri del Cecina e di quel campionato. Per inciso ricordo che una mattina mi arrivò una telefonata in Ufficio (già lavoravo dal mi’ zio Filottète), proprio da un redattore di questo giornale sportivo che mi chiese la disponibilità a fare un “pezzo” sulla partita che si sarebbe giocata la prossima domenica fra il Cecina e il San Miniato. Voleva proprio la cronaca con la mia firma. Rimasi spiazzato, ero ancora un ragazzetto e mi limitai a chiedere il perché e la risposta fu quasi imbarazzante. Mi disse che mi aveva conosciuto proprio al Bar Napoli una sera di qualche giorno addietro ed aveva ascoltato un mio intervento con gli amici rimasti a chiacchierare di pallone prima della chiusura del Barre. Mi lusingò e mi dètte le istruzioni. Accettai e quando arrivai al Campo Sportivo e feci vedere l’accredito per recarmi in tribuna stampa, un paesano mi guardò e invece di farmi le congratulazioni si espresse così : “Fai a modo, scrivi bene e poi levati da’ oglioni”. Ho ancora nella mente il primo rigo del pezzo : “partita scialba e priva di ogni contenuto tecnico; un primo tempo sonnolento e senza un tiro in porta”. Da Livorno mi telefonarono congratulandosi e mi anticiparono l’incarico per la domenica successiva. Dovevo seguire il Cecina anche in trasferta ma il mio impegno giornalistico finì lì. Ringraziai e declinai. Non mi volevo impegnare più di tanto. Avevo altri progetti e la mia carriera di giornalista sportivo la lasciai andare in malora. Rimasi però un assiduo lettore dell’Informatore Sportivo che dava molto spazio anche ai vecchi giocatori del Cecina che avevano scalato le serie superiori. Ricordo il Macchia, il Bardi e il Cammilli in “B” e soprattutto il Prunecchi, Leto,  in serie A, prima con la Sampdoria e poi col Padova.
Il Piombino era stato promosso in serie B e stava facendo un buon Campionato, quello del 51/52. La Roma era retrocessa dalla Serie A e primeggiava nella serie cadetta. E una domenica come poche, certamente da ricordare e che ricordo nitidamente, ebbi il “segnale”. Come se mi avesse “chiamato” il Signore. Fui fulminato. Raccontiamola questa folgorazione.  Mio padre mi portò a Piombino, più che altro per fare una scampagnata. La partita, in se stessa, non interessava più di tanto. Ma la voglia di farmi assistere ad una partita di serie B lo convinse ad accendere il motocarro Guzzi con ruote d’aeroplano e portarmi a Piombino. Eravamo una decina, alcuni amici di babbo ed altri miei.
Il campo sportivo era pieno zeppo con molti tifosi romanisti. I giocatori del Piombino sembravano dei folletti scatenati e prevalsero per 3 a 1.      La  Roma prese due pali, ebbe molta sfortuna e perse. Quella sconfitta ed i cori dei tifosi giallorossi nonostante la batosta con una squadra che l’anno prima era in serie “C” mi fecero riflettere. Forse avevo trovato pane per i miei denti. Dopo cena mi recai al Bar Napoli e fra una bazzica e l’altra si parlava di pallone e dei risultati del pomeriggio. Verso la fine della sera domandai se c’era qualcuno che tifava Roma. Era una mia provocazione perché conoscevo bene gli amici  ma volevo la riprova di essere SOLO. Mi mandarono a ca’à insieme alla Roma ed io, orgoglioso di non aver nessun compagno d’avventura, diventai tifoso della MAGGICA. Sapevo che avrei “sofferto” più di tutti gli altri amici ma non me ne fregava niente. Meglio soli che male accompagnati  con coloro che scelgono le squadre vincenti per far vedere che sono più furbi ma in effetti  non sono altro che degli “sfigati” e tifando nei grupponi cercano  una qualche rivincita sulle loro vite di frustrati, complessati e, in sostanza, perdenti.. Questa è la verita, nuda e cruda che gli stronzi non vogliono sentire, poveracci. E questa è stata la mia scelta che dura ormai da più di sessant’anni. Certo dentro di me auspicavo qualche successo negli anni a venire che mi ripagasse della scelta di quella giornata infausta. Solo due scudetti però sono… pochissimi! Troppe volte secondi, come mai?  Non avremo il malocchio? Facciamocelo togliere!!!!!!!
Quel Campionato la Roma lo vinse e ritornò subito nella massima serie.   Finalmente, anche per me, la “domenica sportiva”  faceva vedè qualche spezzone della “mia squadra”. Potevo accendere le discussioni con i più bravi, i più furbi e più intelligenti (!!), quelli che avevano scelto di tifare le squadre che vincevano.  Ascoltavo i loro ragionamenti e li guardavo, li vivisezionavo e li perdonavo, come Gesù, perché con la vittoria della loro squadra avrebbero trascorso una settimana più serena. Praticamente tifare per la Roma mi dava anche questa grande gioia : quella di compatirli e aiutarli a vivere meglio,  quei ragazzi prossimi a diventare uomini, marchiati come le bestie e con la propensione ad intrufolarsi nella massa, nel concime, solo perché  almeno nelle scelte  vincono qualcosa (sic!).

Forza Roma Forza Lupi, a marzo finiranno i tempi cupi.  Scommettiamo?           

Romano Giannini – Ottobre 2017