Estratti del Romanzo

Premessa :

Gli scritti riguardanti il libro sono conformi allo stesso ma in modo diverso e più largo della stampa ufficiale (12×17).

I numeri delle pagine indicate per riferimento sono quelle del libro e gli “estratti del romanzo” rappresentano circa il 10% dell’intera scrittura.

 
 

I Primi bombardamenti e l’importanza del culo

I bengala e i fuochi d’artificio!

Il primo bombardamento importante capitò il primo dicembre del 43 e fece la prima vittima, che morì da eroina. Era la mamma della Mara del Montevecchi, una bambina di pochi mesi che la madre protesse sotto il proprio corpo durante il crollo della casa. Diventò un caso nazionale e se ne occupò anche la Domenica del Corriere con tanto di disegno e copertina a colori del Tabet.

Ricordo nitidamente anche il bombardamento di notte del 20 gennaio del ’44. Stavamo cenando tutti insieme, i nonni Amina e Fello, lo zio Gennaro (appena rientrato dal “tutti a casa” come il mi’ babbo) insieme a zia Beppina e il loro figliolo, il mi’ ‘ugino Giorgio, nonchè io, il mi’ babbo, la mi’ mamma Tosca e il mi’ fratellino Sergio di du’ anni e mezzo. Alla fine della cena, senza sirene, si avvertì il rumore degli aereoplani, Uscimmo di casa guardando verso il cielo e ci trovammo di fronte ad uno spettacolo mai visto. Zio Gennaro rideva e aveva preso i “bengala” per fuochi d’artificio. Dopo pochi minuti sentimmo il sibilo delle bombe molto vicino e pochi attimi dopo incominciò l’inferno. Le prime bombe abbatterono il ponte e molte case.

Immediatamente dopo le prime bombe al ponte, decidemmo di scappare nella vicina campagna per allontanarci il più possibile dall’abitato. Al sibilo della seconda ondata di bombe eravamo a cinquecento metri da casa e ci buttammo tutti nel fosso che delimitava il viale Marconi. Nuovi botti e questa volta quasi rasenti. Dopo i  rumori assordanti ci alzammo per correre ancora più lontani dall’abitato ma scorgemmo nei pressi della nostra casa molto fumo.

Al rientro, dopo la fine dei fuochi d’artificio (roba da matti!), la nostra casa era intatta ma quella di fronte era completamente distrutta e i suoi abitanti, una famiglia di sette persone, erano tutti morti.

Incominciai a dare molta importanza al culo.

Il giorno dopo i babbi decisero di sfollare nel Paratino, presso il podere dello zio Mascagni……..

pag. 20

La Leda e i partigiani

La prima volta da solo, tutta mia

“..eravamo sfollati nel Paratino, il giorno dell’avvertimento del tenentino tedesco che precedeva la partenza per Monterufoli. Quella sera, prima della partenza dell’indomani, andai con babbo e mamma a Cecina, a casa, a prendere qualche scartoffia per affrontare meglio il nuovo distaccamento  nella casa nella macchia dei parenti di zia Beppina.  Mentre i genitori erano in casa io vidi la Leda seduta davanti agli scalini di casa sua, confinante con  la mia, e approfittai per andare a sedermi accanto a lei. La Leda aveva una ventina d’anni, quasi il doppio dei miei e sapevo di esserle simpatico, mi chiamava “il mio Romanino”, ma io non avevo mai avuto il coraggio neanche di toccalla; per me era una musa. Mi faceva diventà matto, specialmente quando faceva la doccia con la gomma legata al ramo d’un fi’o nel suo pezzetto di giardino, diviso dal mio da un muretto. Quando sentivo lo scroscìo dell’acqua correvo carponi e mi andavo a mettere sul muretto mimetizzandomi vicino al fi’o e lei, la musa un po’ maiala, mi vedeva ma faceva finta di niente e si lavava, si lavava, prima facendomi vedere il didietro e poi, sempre facendo finta di non essere vista, anche il davanti; Du’ puppe che ora si direbbero rifatte, un corpo bianchissimo e soprattutto, tra qualche pelo matto nelle coscie, una topa pelosa di color castano chiaro mai vista prima, in tutti i sensi. Non sapevo come erano le altre ma mi bastava. Ricordo che uno di quei bagni coincise con la mia prima volta da solo, tutta mia!.

Quella sera estiva, sugli scalini, lei era in vestaglia coi bottoni davanti, le braccia scoperte fino alle ascelle con molti peli sotto e gli zoccoli. Fra un bottone e l’altro vedevo queste coscie che mi rasentavano, le puppe ritte mezze fori e quel pelo matto quasi impercettibile, biondo, vicino al bianco. Ebbi un sussulto e prima di allungare la mano mi feci coraggio e glielo chiesi, quasi tremando; Le dissi  mi fai toccà?; Lei, generosa come sanno essere le troie con i ragazzini imberbi, con assoluta indifferenza, mi prese la mano e me la introdusse proprio fra le coscie, spingendomela lentamente verso l’alto. Mi fece struscia’ la mano nel pelo che usciva dalle mutandine, larghe. Come fai a scordarti queste  cose?. Quando stavo per scoppia’, la “troia” mi riprese delicatamente la mano, la rimise da dov’era partita e all’improvviso, come se per me non fosse successo niente, mi disse : hai sentito dei Mengozzi? oggi, a Guardistallo, dove erano sfollati, sono stati fucilati dai Tedeschi. I Mengozzi erano i genitori di un mi’ amico del rione e la notizia mi raffreddò gli ardori e mi fece tornare sulla terra. Pensai d’acchìto all’avvertimento del tenentino tedesco ma ne volli sapere di più. La Leda mi disse,  quasi piangendo, che i partigiani avevano fatto un’imboscata ad un gruppetto di tedeschi che stavano ritirandosi da Guardistallo e ne avevano ammazzati un tot e questi, per tutta risposta, tornarono indietro, rastrellarono dieci persone per ogni tedesco ucciso (erano le loro condizioni dopo il nostro tradimento dell’8 settembre!) e li fucilarono tutti dopo avergli fatto scavare una fossa comune. Ecco, questa era la prima volta che sentii parlare dei partigiani e seppur bambino e certamente poco al corrente del mondo dei grandi, non misi i partigiani nella collana dei miei  eroi. Piansi anch’io per il povero Luciano del Mengozzi, quando mi sentii chiamare da babbo. La raccolta delle cianfrusaglie era completa e noi dovevamo rientrare al Paratino prima del coprifuoco. Quella sera tutti gli uomini del podere di zio Mascagni passarono la notte in un rifugio sotto terra ai confini della macchia ed io, tremando come una foglia, fui incaricato di “recapitare” loro qualche pezzo di pane per la loro  colazione dell’alba. C’era la luna piena e il terrore che mi vedesse qualche tedesco è quasi impossibile descriverlo.

Salutai la Leda maledicendo i tedeschi, i partigiani, ma soprattutto quell’interruzione repentina. La rividi al “rientro” insieme alla sua casa mezza distrutta. Durò altri du’ anni a fare la doccia e poi quasi all’improvviso sparì. Più tardi seppi che si era sposata e trasferita. A distanza di parecchio tempo non sono molto convinto che fosse come l’ho descritta. Forse era solo generosa a farsi vedere per far godere un bimbo ed io fraintendevo!.”

pag. 23, 24 e 25

Alcuni Battutisti

Da Ilario a Befano, da Battaglino a Franchino

“..Ilario che a un certo punto della vita si mise in testa di aprire  una  baracchina  sul mare. Era un barrettino di legno proprio a ridosso della pineta e a trenta metri dalla battigia. Verso le dieci di mattina, lui era seduto sulla terrazzina prospiciente il mare e fumava l’ennesima sigaretta, quando salirono i quattro gradini della baracchina  due bagnanti fiorentini ed entrarono nel barre. Non c’era anima viva e chiamarono un paio di volte “La ‘un c’è nessuno? la ‘un c’è nessuno?”^). Non avendo risposta uscirono sulla terrazza e molto gentilmente si rivolsero a Ilario che continuava a contemplare il mare e fumare. Gli dissero “Ma la ‘un  c’è nessuno in questa baracca?” e lui, impassibile, rispose : “Mah, anch’io è mezz’ora che aspetto!”.

^) I Fiorentini sono noti per iniziare qualunque frase, domanda, affermazione, con il soggetto indeterminato impersonale tipico del loro vernacolo, che in sostanza si traduce in un bel “la”. Faccio un esempio per chiarire meglio : “La mi dica che vuole dabbè”.

 E Befano, che una notte rientrò a casa verso le cinque e fece un po’ di rumore. Il su’ babbo, nella stanza vicina sentì e nel dormiveglia gli disse “Enri’o, sei teè?”; “Si babbo”, rispose; “O cosa fai a quest’ora, ‘un lo vedi che è presto?” replicò; e lui “Hai ragione babbo,’un me n’ero accorto, ritorno subito a letto!”.

 E Madione, che faceva il becchino al Camposanto e tutti i giorni, insieme ad un manovale che gli preparava la carcina, infilava le bare nei forni e li chiudeva coi mattoni. Un pomeriggio, mentre procedeva alla missione, una vedova sulla cinquantina piangeva più del “solito” e urlava fra una ventina di parenti, “E pensare che non ci voleva venì”, “E pensare che non ci voleva venì”. Alla terza volta Madione sbottò e  mentre allineava l’ennesimo mattone rispose : “Perché quell’altri hanno fatto la domanda!”.

E Battaglino, che una sera entrò in un night Club e una entreneuse che pesava si e no una trentina di chili gli disse “Si beve qualcosa?” e per tutta risposta, Battaglino, che tartagliava, gli rispose : “Sa sa sa sarà meglio che tu mangi!”. E quando in automobile lo fermò un carabiniere molto basso e gli dìsse “Lei è in contravvenzione perché c’ha i fari alti” e lui rispose “Sa sa sarà, ma a me  mi mi mi se se sembri pi pi piccino te!”;  Il Carabiniere s’incazzò e gli chiese dove abitava e Battaglino provò a dire:  “pi pi pi piazza” ma siccome era anche scirocco ‘un gli veniva il nome Galleria, allora aprì lo sportello al carabiniere e finì: “Mo mo monta che ti ti ti  porto a ca ca casa, si si si fa prima!”

E Pietrino, il barbiere di Marina, che da giovane era emigrato in Germania e dopo trent’anni era “rientrato” a Cecina e avendo fatto fortuna si comprò uno stabilimento balneare e per farsi meglio vedere stava sempre nel retro del “bagno” che si affacciava sulla strada della passeggiata, il lungomare, e qualche volta faceva addirittura la pizza, specialmente quando gli avventori erano proprio tedeschi. Una notte, verso le tre, Pietrino era vicino al forno e stava per spegnere tutto quando arrivarono proprio due tedeschi e chiesero se potevano mangiare due pizze. La risposta fu positiva e i tedeschi si sedèttero ad un tavolo in attesa. Dopo una mezz’oretta, un po’ impazientiti, si girarono verso il pizzaiolo e videro Pietrino che mangiava. In tedesco, un po’ incazzati, chiesero quando sarebbero arrivate  le pizze e per tutta risposta, sempre in tedesco maccaronico, Pietrino gli rispose : “Eran queste due ma mi son venute troppo bene e le mangio io; voi vi potete leva’ anche da ‘oglioni!”.

Franchino, un ragazzo piccino che una sera, insieme ad un su’ ami’o della stessa statura era in motocicletta e un’auto li prese in pieno e li disarcionò. L’autista dell’automobile scese e quando vide due corpi distanti ebbe l’impressione di aver diviso in due l’investito. Si mise le mani nei capelli e urlava “L’ho diviso, l’ho diviso” e Franchino, sdraiato in terra, vivo ma rintronato dalla botta, con voce tremula, rispose “O imbecille, ‘un lo vedi che siamo du’ piccini”, chiama l’ambulanza!”.

E a proposito di “piccini” mi vien facile completare quest’argomento descrivendo un cammeo di un bimbetto di tre anni che già a quell’età era sulla buona strada per diventare da grande un buon “battutista”. Ogni tanto passava da Cecina il carro del teatro Tespi e si esibiva all’aperto sul prato. La gente partiva da casa portandosi dietro le seggiole e passava le serate estive “piangendo” alle commedie del tempo : “la nemica” e “il padrone delle ferriere” erano i due drammoni di maggiore successo. Una sera rappresentarono un’opera lirica e avevano bisogno di “raccattare” fra il pubblico un bimbetto di duottrè anni per rendere più vera una scena dell’opera. Quella dove il tenore cantava la romanza principale col figlioletto in braccio. Nelle prime file c’era una signora col figlioletto di tre anni e il regista invece di usare il  bambolotto che normalmente veniva adoprato per quella romanza, pensò al neorealismo di De Sica e Rossellini e volle sperimenta’. Chiese alla mamma del bimbetto se glielo “prestava” per la romanza e la mamma acconsentì allungando Duccio al regista che due minuti prima dell’entrata in scena era già nelle braccia del tenore. La musica si assottigliò per rendere più comprensibile la voce del tenore che con Duccio di tre anni in braccio iniziò la famosa romanza “Di chi sei figlio?” e al fulmicotone in un silenzio di tomba il bimbetto rispose a voce alta e addirittura seguendo l’aria “Del Bernardini”. Era, è, il nipote di Aramìsse e Bernardo del Bernardini che ritroveremo più avanti. Le risate costrinsero l’accensione delle luci, la chiusura del sipario e la sospensione dell’opera. Il regista si dette all’ippica e Duccio a vent’anni diventò un Cecinese dòcche..”

pag.  46, 47 e 48

Ricky Brodo e i suoi Brodini

Il debutto al “Pucinaio”

“..la musica Jazz, il dixieland soprattutto, è stata per anni la mia musica. Ma col tempo Frank Sinatra diventò anche per me the voice. Inimitabile, incredibile, inavvicinabile. Il mio mito. Ogni volta come tanti, provavo a cantare ma mi dicevo : come fai ad arrivare a Frank e spesso smettevo sul nascere. Più tardi mi intestardii. Un paio di amici mi “costrinsero”, un pomeriggio d’estate di alcuni anni dopo, ad andare con loro per provare insieme alcuni pezzi che loro già conoscevano molto bene. Gli mancava un cantante per formare la solita piccola band che tanto andavano di moda in quell’anni e sapevano che qualche anno prima facevo le serenate alle bimbe delle suore. Avevo una quindicina d’anni e verso mezzanotte s’usciva dal Bar Napoli e insieme ad una decina di piccoli bastardi s’andava sotto le vicine finestre del Collegio di via Magona e senza strumenti si cantava le canzoni di moda con le bimbe alle finestre. Si cantava, alternandosi, io e Enzo del Niccolai, detto Bracino che era molto bravo nei gorgheggi e nei finali alla Claudio Villa. Quando cantava “luna rossa” ci metteva i brividi addòsso. Dopo una decina di esibizioni a bruciapelo, mentre cantavo “All’alba se ne parte un marinaio” la Superiora s’affacciò, fece rientrare tutte le bimbe in camerata, chiuse le finestre e ci chiese con le mani giunte di farla finita. Ci disse che le bimbe dovevano dormire perché  all’alba dovevano studia’.    Qualche anno dopo Bracino diventò un professionista e fece una brillante carriera nei paesi del nord Europa e fino a poco tempo fa lo sapevo arricchito in quel di Copenaghen.

Con un registratore Geloso incidemmo il lavoro nella stanzetta di Fabrizio del Guiducci, lo riascoltammo e ci sembrava che fosse andato molto meglio delle aspettative. Decidemmo di fare la band e provare in qualche balera di campagna. D’altra parte mi dissi che se cantava Franco  dei G5 e tanti altri con voci neanche paragonabili a Frank, potevo farlo anch’io.

Mancava il nome del trio ma dopo che io scelsi per me Richy Brodo, fu facile coniarlo in “Richy Brodo e i suoi brodini”. Fabrizio suonava il piano e la fisarmonica, Vittorio l’americano, suonava la batteria e cantava due canzoni dei Platters, quelle adatte al basso  che conosceva solo lui ed io facevo finta di suonare il contrabbasso (con tre corde, ‘un serviva a niente, solo a far vedere che eravamo tre sonatori) ma ero il leader perché cantavo. Il debutto in una balera del Pucinaio; la sigla d’apertura era “La più bella del mondo” di Marino Marini e quella di chiusura era “Giuvana, tu sei figlia di…..cubana!”..”

pag. 49 e 50

Il tredicesimo compleanno

Il primo giorno in Ufficio da zio Filottète

…e in men che non si dica (come dicono quelli bravi) mi trovai al primo piano, in Corso Matteotti (la via Aurelia), presso l’Agenzia delle Assicurazioni Generali di Venezia e Trieste, come si chiamavano all’epoca le Generali. Quel posto fu la mia casa fino al 30 aprile del ’56, per quasi otto anni, e fu la vera rampa di lancio della mia vita professionale. Tutto o quasi tutto quello che ho imparato in quei sette anni e più me lo sono portato dentro come un amuleto vero ed è stato più che una scuola di vita….

pag.53

I tentativi per entrare nei casini da minorenne

Con la carta di Beppe

“..un paio d’anni prima dei miei diciotto mi prestò la sua carta d’identità per andare, la prima volta al casino. Non mi assomigliava per niente ed era impossibile che la maitresse non se ne accorgesse. Bisognava entrare, così mi dissero gli esperti, quando c’era confusione e infilarsi con i gruppi di soldati americani.  Un po’ impaurito aspettai l’occasione e mi accodai. La maitresse sembrava  avesse l’occhio di falco. Ero appena sulla soglia del più infimo dei  casini di Livorno che la signora, con fare gentile come si conviene alle nobildonne, si alzò dal sediolo rinforzato (pesava più d’un quintale) e con la mano destra mi indicò e mi apostrofò : “Bimbìnooo,  sì proprio te,  guarda un po’ se ti levi da’ oglioni, sennò chiamo subito i Carabinieri”. Non mi fece neanche vede’ che effetto faceva la carta di Beppe. Uscii di scatto ma non mi dètti per vinto. Avevo troppa voglia di entrare in un bordello e provai con un altro, un po’ più elegante. Entrai con gli amici che mi avevano trasportato dal Bar Napoli, tutti in regola. Ce la feci a entrare e rendermi subito conto di cos’era. C’era un salone con una ventina di uomini di tutte le età e  sedute ai lati, una decina di puttane mezze gnude di tutti i tipi e già pregustavo la camera con quella meno desiderata. Avevo una certa propensione per quelle più “battute”, insomma le più grasse e vecchie, le vere troione e una volta dentro credevo che il più fosse fatto. Una maiala di quarant’anni che si offriva a tutti ma non trovava clienti per salire, s’accorse che la guardavo sbavando. Mi prese per mano e mi disse: “Vieni bel morino che ti svergino”. Partii di scatto perché credevo di aver già vinto la battaglia dell’identità e la seguii. Feci addirittura due scalini che però erano attigui al posto della maitresse che mi afferrò per un braccio e mi disse “Documento”. Se n’era accorta anche lei!;  mi sentii ghiaccià ma ero lì e tirai fuori la carta di Beppe. La guardò e mi disse : “Chi è questo figlio di puttana della fotografia? fòri, e subito eh!”. E anche al secondo casino andò bu’a. Non avevo più voglia di fare queste figure e rinunciai aspettando qualche mese per vedere se  riuscivo  ad invecchiare un po’ di più. In effetti si vedeva a occhio nudo che avevo meno di diciott’anni.  Ringraziai comunque Beppe del Cecchini e gli restituii la carta. Quella foto, quella della carta, è la stessa che Beppe ha sulla sua tomba e come per Fabrizio, anche la tomba di Beppe è sempre onorata tutte le volte che vado al cimitero..”

pag. 71 e 72

La targa Cecina

Il trionfo con la ‘favorita’ del Pascià in portantina. Il primo nudo degli anni cinquanta

“..l’idea era quella di fare una “portantina” con tanto di veli esterni (vedi e non vedi), farla precedere trainata da quattro eunùchi davanti al maestoso carro pieno di odalische e, al passaggio davanti alla Giuria che solitamente è composta dalle Autorità un po’ anzianotte, soffermarla in prossimità del palco e far uscire l’odalisca preferita del Pascià, mezza gnuda e senza troppi veli.

Il problema era trovare la ragazza disposta a far vedere le puppine ai vecchietti. Ma anche quì avevo una mezza idea. Sulla via dei gorili, dopo la fornace ci stava una ragazza che era uno splendore. Era figliola di una vedova e non aveva fratelli. Era un po’ più “sveglia” e più libera del normale e quindi ai miei occhi  più abbordabile. L’andai a trovare a casa sua e alla presenza della mamma le feci la proposta. La lusingai e insieme a lei anche la mamma che mi sembrò favorevole. La mamma era una bella donna, ancora giovane, e pensai subito che se non ce l’avessi fatta con la figlia avrei preso lei. E invece la figlia accettò e alla fine dell’incontro era anche contenta. Le dissi chiaramente che doveva stare con le sole mutandine e con i veli che partivano dalle spalle e cadevano ai piedi scalzi. Insomma, le puppe, che in quel momento avrei voluto “verificare” ma non mi spinsi, le doveva mettere bene in mostra. Anche senza vederle nude ce l’aveva belle e ben proporzionate. All’epoca non c’erano i reggiseni di oggi e quello che si vedeva da fòri non tradiva mai. Ero al settimo cielo e non vedevo l’ora di affidarla alle sarte del rione.

[…]

La sfilata dei carri avvènne come prima uscita la domenica precedente alla corsa e si concludeva proprio dopo l’arrivo della corsa stessa, la domenica successiva. Nella prima sfilata, senza giuria, i rioni sfilarono in grande spolvero,  ma senza tirar fuori l’asso di briscola che ciascun rione avrebbe messo sul tavolo nella seconda sfilata, quella vera, quella con giuria e  “soffermo” davanti a questa. Il nostro Arem era già quotato alla prima sfilata perché era veramente bello e innovativo. Non aveva nulla di carta pesta come quelli Viareggini o di Follonica, mentre molti altri, specialmente quello dei Palazzi, erano tutti scimmiottanti i carnevali famosi della Toscana. Per quello dei Palazzi c’era grande entusiasmo perché l’aveva fatto il mago Baroni di Viareggio ed era il rivale più temibile del nostro Arem. Ma noi nella sfilata decisiva facemmo entrare in azione la portantina ed il primo nudo degli anni cinquanta.

Quando la ragazza dei Gorili scese dalla portantina, scalza davanti alla Giuria, era completamente nuda dalla testa ai piedi. Sotto il velo trasparente aveva un solo paio di mutandine che peraltro sembravano gli attuali  perizòmi. Le puppe vere erano uno schianto. La ragazza, alla quale chiedo scusa perché ne ho dimenticato il nome, recitò con molta sicurezza la parte della “favorita” e quando ridiscèse le scalette dal palco della giuria i componenti della stessa erano in brodo di giùggiole. Molti di questi giurati secondo me non avevano mai visto una roba del genere. E se si pensa che quando erano più giovani facevano all’amore al buio, credo proprio che per molti di loro fosse la prima volta. Il “pericolo” era il moralismo di qualche giurato bigotto e dei suoi comportamenti verso gli altri. L’unica paura che avevo per non vincere o addirittura per una qualche squalifica era proprio questa. Il moralista del cazzo, che investito di una carica del cazzo, si scandalizza e mètte in campo la sua figura per influenzare gli altri componenti giurati (!). Scrutai attentamente questi personaggi, dal Sindaco Massei al Vicesindaco, dal direttore del Registro ad altri tipi di questo genere. Mi sembrò di riconoscere però un paio di “puttanieri” e quì pregai per loro. L’attesa del verdetto fu lunga ed estenuante ma alla fine prevalsero proprio le puppe della favorita. Il moralismo fu battuto e la bellezza, come sempre, trionfò. Il Campaciocchi vinse la gara dei Carri e di quel trionfo innovativo e per certi aspetti rivoluzionario a Cecina se ne parla ancora. Ed io aggiunsi il bianco allo splendore..”

pag. 95 e 97

Il Tirreno e Aramisse

Il pokerino notturno e lo sbrodolamento dal ridere

..il Bar Napoli era sempre il mio punto di riferimento e il poker era diventato il gioco preferito. Incominciavo ad essere bravo sul serio e spesso i guadagni si facevano sempre più cospicui. Quando non si giocava a poker s’andava al cinema, un passatempo che mi piaceva molto. Spesso ci s’andava anche prima di gio’à. Si giocava dopo, quando il Bar abbassava la saracinesca. A Cecina c’erano tre locali cinematografici: il Tirreno che faceva anche Teatro, il Moderno e l’Esedra che d’estate apriva anche l’arena all’aperto, confinante con il locale invernale. Il mio cinema preferito era il Tirreno, forse perché era il più vicino al Bar Napoli e forse perché trasmetteva i films della Metro Goldwin Major che Aramis del Bernardini reclamizzava in anticipo come pochi altri. Aramìsse attaccava le locandine dei films del Tirreno in quasi tutti i negozi e bars di Cecina e ogni volta che lo vedevo con queste locandine in mano gli urlavo dietro “Aramìsse, cosa c’è stasera?”; e lui sempre preparatissimo rispondeva a tamburo battente il nome del film, il regista e gli interpreti. Era fantastico. E io ci andavo volentieri perché lo rivedevo al Tirreno quando strappava i biglietti e gli riurlavo al cospetto delle tante persone in fila per il biglietto. Al Tirreno ci si divertiva anche quando il film era scadente. C’era Pinolo, l’uomo che faceva partire la pellicola dallo sgabuzzino sopra le nostre teste e spesso e volentieri la pellicola partiva male o s’interrompeva per pochi secondi. Erano quelli che noi bastardi s’aspettava in ansia per urlare, tutti in coro : Pi no lo!!. Si metteva in difficoltà tant’è vero che una sera ci aspettò alla fine della proiezione e ci voleva vergà. Fu proprio Aramìsse del Bernardini che si intromise, calmò gli animi e ricucì i rapporti.

Quando s’usciva dal cine spesso si ritornava al barre e si faceva il pokerino, quello veloce, un’oretta e mezzo senza pietà. E quando si smetteva di gio’à e s’usciva dal cucinotto ci si fermava nel barre a continua’ a stallì. E se il barre non faceva il turno di notte Fiorello aspettava che i perdenti si levassero da’oglioni e abbassava la saracinesca per i vincenti e i nottambuli. Si creava sempre il gruppetto per finire in bellezza la giornata. Non si parlava mai di problemi quotidiani o di politica; Qualche volta di sport, ma po’o; Ci si sbrodolava addosso dal rìde’ e basta.  Qualche volta si sentiva bussa’ la saracinesca e si sapeva che erano altri amici che frequentavano altri bars e che sapevano che al bar Napoli ‘un s’andava mai a letto. Si facevano entra’ e si sapeva in partenza che avrebbero raccontato qualche cosa da rìde’; era il pegno che dovevano paga’ per stare lì e se qualcuno ‘un faceva rìde’ gli si rialzava la saracinesca e si mandava a letto. Quasi tutte le sere passava qualche battutista dòcche e una sera bussò Ivo dell’Arzilli che si era preparato qualche battuta nova, sempre su Cecina e i Cecinesi, per fa’ bella figura e farsi lasciare il “pass” del bar Napoli. Era un’habituè del Bar Ruiù e stava al Fitto Vecchio del Rione Ponte. Si unì ai sette o otto imperterriti e, mentre il Meini faceva le pulizie, ci deliziò. Ci raccontò del Falangiani che c’aveva un figliolo molto viziato e vagabondo al quale il sù babbo interruppe i rifornimenti all’età di vent’anni e questi, non sapendo più come sbarcare il lunario, andò volontario all’assalto della Libia. Dopo un paio di mesi di silenzio assoluto il babbo del Falangiani ricevette un telegramma dal sù figliolo : “Ci siamo impadroniti di Tripoli, manda qulche soldo” E lui gli rispose a tamburo battente : “Vendi la tù parte e torna a casa”.

E poi di un certo Giovanni Colluccello che arrivò a Cecina dal Sùdde e andò all’anagrafe a prendere la residenza. L’impiegato del Comune gli compilò il modulo e poi gli disse : “firma!”. Giovanni rispose : “Colluccello?” e l’impiegato : “se ti scrive!”.

E poi quella di don Giorgio, un Cecinese del Paduletto, che dopo il Seminario diventò prete e la Chiesa lo fece debuttà facendogli officià una Messa alle sei e mezza di mattina per rendergli più agevole la “prima”. Don Giorgio era giovanissino, molto timido, un po’ complessato e, prima di incomincià i discorsi s’intaccava sulle prime parole, specialmente quand’era scirocco. La sera prima del debutto raccattò un ragazzetto che frequentava la Parrocchia e gli chiese di fargli il Chierichetto, non accorgendosi che anche quel ragazzetto ogni tanto  s’intaccava.  Alle sei e mezza di mattina incominciò la Messa alla presenza di una decina di pie bigotte e andò avanti un pò senza scossoni. A un certo punto Don Giorgio fece un cenno al Chierichetto, alzò le braccia al cielo e pronunciò : “Do…do…do…dominus vobiscum” e il Chierichetto, recitando la parte rispose :“E…e…e…et spirito tuo”. Don Giorgio diventò paonazzo e fregandosene delle bigotte inginocchiate si rivolse al Chierichetto e gli disse, a voce alta “Mi…mi…mi…mi prendi per il culo? e il Chierichetto :”No…no…no…mi…mi…m’intacco anch’io”. Al che il pretino debuttante  si girò verso il crocifisso e a braccia spalancate recitò “Che…che…che…troiaio di Messa stamani!”3)

3)Chiedo scusa al Signore per Don Giorgio e per me che ho trascritto una “battuta” triviale e poco rispettosa; ma è una “battuta” e il Signore capirà, ne sono certo, e ci perdonerà.

 pag. 100, 101 e 102

Guido

Alcune “battute” che hanno generato la querela

“..mi domandavo e mi domando spesso il perché questi personaggi mi piacessero e non so darmi una precisa risposta. La simpatia non basta; e allora?; mah, sarà perché tra le marachelle hanno anche tanti lati positivi, sarà perché sono Cecinesi autentici, sarà perché quando danno qualche fregatura lo raccontano agli amici e ridendo ne vanno fieri;  sarà, sarà, non me ne frega niente di trovare la giustificazione del perché mi sono simpatici. Mi sono simpatici e basta. State a sentire “queste” e poi ditemi, anche i più ligi alle regole, se non simpatizzate anche voi per Guido!; Era una giornata di mercato, martedì, verso mezzogiorno. All’interno del Bar La Cecina, grandissimo bar con saloni enormi, davanti al bancone del bar c’erano una ventina di tavolini con quattro o cinque persone per ogni tavolino. In pratica un centinaio di persone che chiacchieravano, trattavano affari, bevevano e via dicendo. Ad un tavolo quasi in fondo al salone vicino al muro c’era anche Guido con altri amici. Era allegro e faceva ridere il gruppetto quando all’improvviso entrò nel bar un fattore di Pomarance vestito da cacciatore e appena riconobbe Guido, l’additò e urlò a squarciagola: “Eccolo, lei, proprio lei, venga subito fuori” e Guido, imperturbabile, gli rispose : “Che c’è, cos’ho fatto?”; “Come cos’ha fatto, si vergogni, mi ha venduto un brillante falso; L’ho fatto vedere da un orefice e mi ha detto che è un culo di bicchiere!” replicò il villico vestito da Robin Hood. Il mormorìo dei partecipanti allo show cessò immediatamente. Sembrava d’esse’  in chiesa. E Guido, sempre più serio ma gongolante (in lui c’era più la voglia di prendere per il culo, che concludere affari!) rispose : “Ma quanto l’hai  pagato?” (gli dètte del tu!) e il villico “Trecentomilalire!”; Alchè  Guido, come un grande artista in passerella replicò “E con trecentomilalire lo volevi anche vero?”. La gente incominciò a ridere a crepapelle e Guido fu applaudito. Il fattore si impettì, si mise il cappello e uscì dal barre imprecando : “Ma non finisce qui” . Il bello, lo sberleffo era  passato e Guido ci venne fuori quasi come un eroe. I Cecinesi continuavano a “scansarlo” quando proponeva loro qualche “occasione” e il fattore di Pomarance ‘un si vide più a Cecina. Le cronache dicono che da quel giorno andò a bazzicare il mercato di Volterra, a seicento metri sopra il livello del mare.

Al Bar Napoli c’era un amico che faceva il vigile del Comune. Era di origini siciliane e fra l’altro, molto amico di mio fratello. Si chiamava Vito e si vantava spesso di essere una specie di rabdomante. Teneva in tasca un pendolino a testimonianza ma nessuno l’aveva mai visto all’opera. Una sera Guido era disperato. Non solo ‘un c’aveva una lira in tasca ma nel giro di tre o quattro giorni c’aveva anche delle “scadenze” che non sapeva come “onorare”. Vide Vito e gli venne il lampo del genio. Senza alcuno scrupolo, anzi ridendo fra tutti noi, gli disse : “In casa mia, la mi’ mamma ha nascosto un brillante, è l’ultimo, poi ‘un ce n’è più; ‘un riesco a trovarlo, ho rivoltato tutto ma niente; puoi prova’ col pendolino?” Le risate si moltiplicarono e la voglia di far provare Vito ci prese tutti, anche me!. Vito replicò che il pendolino l’adoprava per cercare l’acqua sottoterra e non l’aveva mai provato per cercare brillanti. Ma insistemmo tutti e dopo un quarto d’ora Guido e Vito andarono a  cercare il brillante. La mamma di Guido era in casa sola ed era già a letto. Guido la tranquillizzò e le disse che aveva dimenticato qualcosa. Nessuno ha mai saputo come ma il brillante venne fori in cinque minuti. Il rientro al bar  di Vito e Guido fu festeggiato con Champagne. Guido lo vendette subito e questa volta con tanto di espertisse. Ne ricavò una bella cifretta, “onorò” le scadenze e gli avanzò qualcosa che regolarmente perse nelle successive serate al Poker. La mamma non trovò più il brillante e Guido l’accompagnò dai Carabinieri a fare la denuncia del furto..”

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Capodanno con la troia

L’approccio e la fine

“..in quel momento si alzò dalla poltrona dove si era seduta dopo la stretta di mano e venne vicina a me sul letto, seduta proprio accanto. Indossava la vestaglia da lavoro molto trasparente e sotto, nuda come Eva prima della foglia di fico. ‘Un ce la facevo a continua’, mi sembrava d’èsse Battaglino, quasi mi intaccavo. Lei capì il momento. Era poco esperta ma capiva. Mi disse : “Ma la prestazione la facciamo?” ed io riprendendo la parola replicai :”Non ti preoccupare, la pago lo stesso e la pago lunga, ora però vorrei chiarire un paio di cosette”. Si tranquillizzò, mi abbracciò e all’improvviso mi disse : “Posso darti un bacio’?, non lo faccio mai ma m’incominci a piacere” e a quel punto, che cazzo vuoi rispondere?; mi dètti e mentre ci si avvinghiava lei si tolse il velo e mi aiutò a spogliarmi. Poi mi prese per un braccio e mi portò nel bagno, in un angolo senza porta  nella camera e mi lavò quanto prescritto dal regolamento. Mentre mi strusciava ebbi solo il tempo di dire “Basta, fermati!”; Stavo per consuma’ senza consumare.  Incominciò anche a ridere, si era sciolta, si divertiva, stava per arrivare quel famoso momento psicologicamente adatto per chiedere più del solito. Consumai e feci la figura di Speedy Gonzales. Troppo lungo era stato l’iter, il percorso.  Accesi una sigaretta, la offrii anche a lei che accettò e fumammo sdraiati guardando il soffitto. Prima di riprendere il mio “piano” la tranquillizzai sul fronte della generosità. Gli dissi : “Mi trattengo ancora un po’ e non ti preoccupare del tempo, ci penso io!”. Era sempre più contenta, rideva e incominciò anche a fare una specie di ginnastica sdraiata sul letto e muovendo le gambe in sù e giù, come si fa in palestra. Si continuava a parlare del più e del meno senza più parlare del Capodanno. Mi disse che Laura non era il suo vero nome ma gli piaceva. Lo credo che le piace, pensai, “si chiamava Assunta!”; Passò più d’un quarto d’ora. Si era rivestita e mi aveva fatto lo spogliarello. “Ti piace?” e io presi in prestito una famosa frase di un celebre film  e le dissi : “Fai di me quello che vuoi, piccola!”. Era alta quasi un metro e ottanta e giuro, era più bella di Eleonora Rossi Drago. Si divertiva e  quando si accorse che il cervello riposava e la carne si rimuoveva, mi si ributtò addosso come una lupa. Finì con l’urlo di Tarzan o quasi. Ero ai sette cieli e dentro di me pensavo : Sarà giovane e inesperta ma ha propensione!.

[…]

Appuntamento davanti al Bar Napoli per le nove e un quarto precise. I miei amici Fiorello, Nerio e Marcello sapevano che li avrei portati io e, all’ultimo momento (nel pomeriggio) gli dissi che dopo  averli scesi a Castiglioncello, sarei andato a “caricare” una ragazza all’Ardenza con la quale mi vedevo da un mesetto e che mi garbava un sacco. “Forse, gli dissi, porta anche un paio d’amiche, ma non me l’ha garantito. Gli amici rimasero silenti e quasi increduli ma siccome s’andava a Villa Celestina e non pagavano ‘na sega, abbozzarono all’unisono “speriamo!”. Nel viaggio cercarono di venirmi sotto chiedendo notizie sul cambiamento di programma del pomeriggio ma io cercai di svicolare e mi tenni nel vago. Dissi solo “Ho prenotato per cinque persone perché già sapevo della mi’ fidanzata dell’Ardenza. Se però vengono anche le due amiche faremo aggiungere due poltroncine o staremo più stretti”. “Meglio”, ridissero in coro e giù risate. La serata prometteva bene. Li scesi sulla via Aurelia, gli consegnai i biglietti e gli dissi : “Ci si vede dentro fra meno di un’ora, bòna!” e allungai per Livorno. Non stavo nella pelle, le pensavo tutte, anche quella di fare bu’a. Mi dicevo: “E se  Laura ci ha ripensato?; E se fosse successo qualcosa alla su’ famiglia sfigata?.” In fondo era una decina di giorni che non la vedevo e non la sentivo. Da quella volta dell’accordo non l’avevo più cercata. Speriamo bene!. Ero molto curioso ma più mi avvicinavo da Sitrì e più mi prendevano i dubbi. Arrivai finalmente al portone, sostai la macchina davanti e suonai il campanello. Quando sentii il clic e dopo pochi istanti mi apparve la “Madonna”, quasi  svenni. Per me in quel momento la festa era già finita. Capelli raccolti, pochissimo trucco, tacchi a spillo, pelliccia di visone bianco, sorriso Colgate con Gardol. Ero fermo, immobile, non riuscivo a parlare. In una frazione di secondo guardai la mia Belvedere grigio metallizzata che all’epoca era una buona macchina e mi dissi che per caricare questa ragazza da “sogno” sarebbe stata più opportuna una fuoriserie. Girai di scatto la testa per “svegliarmi” e le strinsi la mano. La vidi felice, arcifelice. Le aprii la portiera per  farla entrare e mi accorsi che non avevo ancora aperto bocca!. Mentre saliva allargò dignitosamente le gambe e vidi qualcosa anche sotto il visone bianco. Volevo risalire le scale con la scusa di andare a salutare Genevieve e fermarmi lì. Stavo per mandare tutto a ca’à. Mi dissi che era troppo. Quando ebbi l’idea di questo scherzo, mai, dico mai, avrei pensato di trovare una ragazza così. Pensai anche che i miei amici difficilmente avrebbero creduto fosse la mia fidanzata. Eleonora Rossi Drago era una giacchettata al confronto. Richiusi la portiera e salii a bordo. Sempre in un silenzio surreale misi in moto e partii. La guardavo di sbieco e la vedevo felice ma emozionata. Mi sembrava di avvertire che non stesse nella pelle dalla gioia che le traspariva addosso. Si fece il lungomare di Livorno prima di affrontare l’Aurelia e dopo la curva che immetteva sul lungo viale, mi s’appoggiò sulla spalla e mi disse “Grazie Romano, vada come vada, questa sera la ricorderò”;”Figurati io!” risposi. Erano le prime parole dopo almeno dieci minuti. Una volta un po’ più sciolto passai al programma. Le dissi poche cose perché le ricordasse meglio. Non sapevo come avrebbe recitato la parte della figlia ricca di un proprietario di un grande Albergo. In fin dei conti non avevamo fatto alcuna prova. Eravamo dilettanti allo sbaraglio. E anch’io pensai, vada come vada è già un successo. Le dissi dove s’andava, come era fatto il locale, che noi avevamo un separè al piano terra, a due passi dalla pista da ballo e che ai miei amici avevo detto che avrebbe portato un paio di amiche ma non era sicura al 100 per cento. In tal modo la cosa era forse più credibile. Non lasciai proprio nulla al caso. Poi mi venne ammente che forse a Villa Celestina poteva esserci qualche suo “cliente” e qualora se ne fosse accorta doveva subito dirmelo. Mi ascoltava sempre con la testa sulla mia spalla e all’improvviso replicò : “Ho capito, non ti preoccupare! starò attenta a parlare poco e recitare bene; Per la questione dei clienti, sarà difficile perché sono dalla signora (non disse Sitrì o casa) da meno di un mese e siccome mi tratta come una figlia alle prime armi, mi seleziona i clienti e mi fa lavorare poco”. Pensai alle parole di Genevieve, alla tragedia familiare ed altro. Mi stavo immalinconendo un po’ e poi mi dissi : “Basta pensare, è l’ultimo dell’anno, divertiti imbecille!”. Entrammo nel locale e saltammo il guardaroba. Il visone lo voleva tenere ancora un po’, forse pensai per farlo vedere ai miei amici. Un cameriere ci venne incontro. Aveva un papillon enorme. Ci accompagnò al separè e ci guardava incuriosito. Mi guardava serio. Forse pensava di trovarsi di fronte all’Aga Kan. Aprì la tenda d’ingresso del separè, fece un mezzo inchino a Laura e le disse in modo impeccabile se voleva un aiuto per togliersi il visone e Laura gli rispose con un sorriso, Grazie molte, no!. Il separè era vuoto. I tre moschettieri gironzolavano ai bordi della pista. Il locale era pieno ma “respirabile”. Mi affacciai mentre lei era ancora in piedi e notai l’orchestra. Erano otto ragazzi ben vestiti che già suonavano musica lenta e d’atmosfera. Dopo pochi secondi entrarono gli amici del bar Napoli e quando videro Laura  guardarono subito me e quasi all’unisono fecero un verso con la bocca che significava “Che topa!”. Lei gli allungò la mano e si presentò : “Mi chiamo Laura, molto piacere”. Nerio non si accontentò, fece un mezzo inchino come quello del cameriere e le baciò la mano. Il mio orgoglio andò alle stelle. Normalmente i “3” non si comportavano così, erano ragazzi di strada. Fin lì quella sera sembravano degli studenti di Cambridge. Laura si tolse il visone e l’attaccò all’unico gancio del separè e per non far vedere tutto e subito, mi prese la mano e mi disse : “Romano, mi fai ballare?” e mentre stavamo per girare le spalle al trio, uno di loro, questa volta Fiorello, disse : “E le amiche?” e Laura, come se avesse provato la battuta all’Accademia teatrale, rispose : “Avevano già un impegno e non l’hanno potuto disdire, d’altra parte la colpa è del vostro amico che mi ha invitato solo tre giorni fa” “Comunque, continuò, mi hanno promesso che verranno per Carnevale e invece di due ne porterò tre, va bene ragazzi?”. Loro rimasero di stucco e io mi trovavo di fronte ad Eleonora Duse. Andammo in mezzo alla pista dove c’era più gente per nasconderci meglio. Gli occhi delle coppie, uomini e donne erano tutti per noi, o meglio per lei. Stava facendo colpo!. Chi veramente avevo fra le braccia?; Aveva un vestito molto elegante, nero, con decolté più basso del normale ma non volgare. Si vedeva ogni ben didDìo ma tutto si poteva pensare fuorchè fosse una troia. Non ne aveva nessun atteggiamento e il trucco era  quello delle belle ragazze serie, di buona famiglia. Insomma, non trovo altre parole per affermare che Laura era straordinaria. Mentre si ballava guancia a guancia le feci i complimenti per la risposta e le dissi se quando aveva detto delle tre amiche pensava a tre sue colleghe. Con voce bassa e caldissima  mi rispose, vicino all’orecchio, che le sembrava la migliore risposta in quel momento ma che durante il tragitto, l’aveva già preparata. “Ma chi sei?” volevo dirle. E continuò dicendomi che per Carnevale sperava di non essere più nella casa perché quel lavoro non le piaceva. All’improvviso staccò la guancia dalla mia e guardandomi in faccia (con i tacchi era alta come me) mi disse, abbandonando il sorriso :“Ti ringrazio moltissimo, non avrei mai neanche immaginato, è un sogno, divertiamoci e non pensiamo troppo”. La guardai bene e mi soffermai sul decolté; C’aveva du’ puppe a pera col gambo che facevano da respingente e mi c’appoggiai. L’abbracciai forte e lei di più. Era trascorsa una mezz’oretta e i balli erano sempre lenti. Ci avvicinammo al palco dell’Orchestra e riconobbi il cantante. Era Silvano Billi della Venturina, il finocchione di quella sera che ho già raccontato. Cantava un pezzo di Nat King  Cole che dopo Frank the voice, era il mio preferito. Gli eravamo proprio sotto e lui mi riconobbe subito. Fece un “ammìcco” e stava per interrompere. Stava, ma si fermò subito; Era un professionista che all’epoca, in quei posti, andava per la maggiore. Al termine della canzone fece un cenno dietro di lui e saltò giù in pista, davanti a noi. Aveva uno smoking bianco ed era elegantissimo. Mi abbracciò e baciò la mano a Laura che assisteva alla scena felice,  piena di meraviglia e un po’ “frastornata”. Prima di dirmi, come stai, esclamò : “Dove hai  trovato questa meravigliosa creatura, non mi dire che è la tua ultima fiamma?”. E già che c’ero, risposi : “Ci sto lavorando…..A proposito Silvano, potresti dedicare a Laura una canzone?”; “Si chiama Laura? con piacere”  rispose lui. Salì sul palco e prese il microfono in mano : “Signore e signori, scusate questa breve interruzione. Devo fare una dedica alla fidanzata di un grande amico di Cecina che era habituè qualche anno fa alla Jana di Cecina Mare. Questa bellissima ragazza si chiama Laura e le dedicherò proprio “Laura”, un recente successo di Frank Sinatra, vai Beppe”. Ci fu un applauso unanime e inaspettato. Fummo costretti, per quelli più vicini a noi, a fare una specie di inchino e dire grazie, grazie. Beppe era il  bassista dell’ottetto che dette il tempo all’orchestra e Silvano cantò “Laura”. Le luci si abbassarono  dipiù e giuro, se quel momento s’era sceneggiato non veniva così. Abbracciai la Laura e lei mi strinse tutto. Sudava freddo e mi ripetè cinque o sei volte, grazie. Mi sembrava arrivato il momento e le dissi : “Quando gli si dice?” e lei improvvisamente si fece seria e mi guardò esclamandomi “Ti prego Romano, no!; Non gli dire nulla; Diglielo domani ma ora no, ti prego”, ripetè. E continuò “E’ la più bella serata della mia vita, ti prego non dire nulla; Me lo prometti?” e io, felicissimo della risposta conclusi “Va bene, mi fa piacere anche a me” e lei, stringendomi come un boa “Grazie, grazie, lo ricorderò per sempre”. Sembrava un film con Cary Grant e Ingrid Bergman.  Rientrammo nel separè e riscuotemmo un altro applauso anche dai tre moschettieri che avevano  trovato “qualcosa” e avevano fatto quattro salti.  Mentre ci sedevamo sul divanetto per un primo riposino mi  venne  ammente che se uno dei “3” avesse chiesto un ballo alla Laura e lei glielo avesse concesso, poteva succedere il patatrac. Non volevo che questo accadesse e allora dissi “Ragazzi, la Laura balla solo con me, capito? franella l’andate  affa’ con qualche altra eh! E’ mia, e guai a chi me la tocca”. Mi era venuta bene. Avevo messo un filo d’alta tensione come quelli “chi tocca muore” e il trio capì e disse : “‘Un ti si tocca noo! Ma le amiche gliele possiamo ricorda’?” e finì in una risata anche quel “pericolo”. Arrivò mezzanotte e brindammo con lo Champagne  che avevo preordinato. Cin cin e tanti auguri a tutti. Laura baciò sulle guance gli amici e poi me ne dette uno a me che mi fece paura. “Spero che ‘un se ne siano accorti”, mi dissi!.  Incominciarono i balli brasiliani e i trenini del cazzo, ma la Laura la tenevo davanti e le mani ai fianchi gliele tenevo solo io. Non ero geloso  ma continuavo a recitare la parte. O meglio, non lo so se ero geloso, so solo che quella sera non la volevo fa tocca’ a nessuno. Verso le due, approfittando di una pausa, entrò in separè Silvano. Lo presentai al “trio” e gli dissi, Mi raccomando, eh!. Chiamammo un’altra bottiglia e si ribevve. Ancora cin cin. Dissi a Silvano di far compagnia agli amici e ritornai in pista. L’orchestra suonava senza cantante. Silvano si trattenne nel separè e sperai in….bene!. Io e Laura avevamo i minuti  contati e non potevamo “buttarli” a chiacchiera’ con quei quattro brodi. Arrivò un samba e ci s’allargò. I guardoni della pista non si fecero scappare l’occasione. Tutti a rompere i coglioni cercando di avvicinarsi a Laura, ballando. L’età media era alta perché i prezzi erano alti e facevano da scudo a molta, moltissima gioventù. Tre o quattro “anzianotti” ballavano come i pinguini, cercando di mettersi in mostra con Laura. Lei si muoveva come un angelo e sorrideva molto compostamente e al primo lento mi si ributtò addosso. Si sudava ma si gioiva.  Rientrammo nel separè e chiamai il cameriere per l’ultima bottiglia. Stappammo e ritornammo in pista offrendo Champagne a chi passava. Ne approfittò anche il cameriere con il grosso papillon. Eravamo felici all’ennesima potenza ma come tutti gli orgasmi, anche quella meravigliosa serata volgeva al termine. Era durata un’eternità, ma era durata poco. Mancava poco alle tre ed entro mezz’ora dovevo “riportare” Laura da Genevieve. Il tempo per vestirsi, dare un ultimo saluto agli amici e via, dovevamo spicciarci. Per la verità il locale si stava svuotando e lo stacco fu quasi indolore. Mentre si stava per uscire dal separè Marcello disse : “Ma noi con chi si ritorna a casa?”; ed io : “Se volete aspettarmi vi passo a prendere fra un’oretta, altrimenti prendete un taxi”. Conoscevo la risposta ma…tentai. Mi dissero, sempre all’unisono : “Ti s’aspetta ma ‘un fa le sei, eh!”. Passai dal cameriere col grosso papillon, saldai gli extra e gli lasciai una grossa mancia. Mi fece l’inchino come quello che aveva fatto a Laura all’arrivo. Alle tre e mezzo in punto eravamo davanti al portone della Sitrì. Fermai la macchina davanti al marciapiedi e le aprii la portiera come si fa alle nobildonne. Mi abbracciò e mi disse ancora grazie. Suonai il campanello e quasi in tempo reale si sentì il clic. Entrammo e Genevieve ci venne incontro per le scale. Era contenta, di più. Mi convinsi che Laura aveva ragione. La trattava con i guanti e le voleva bene. “Com’è andata?”, ci disse. Ed io le strinsi la mano, le risposi “tanti auguri di buon anno” e poi “se lo faccia raccontare da Laura, debbo scappare, ma ritorno presto”. Laura mi riabbracciò sulle scale e mi baciò. Piangeva. E sempre piano, all’orecchio, mi disse : “ti aspetto presto”. Stavo per commuovermi ma era il primo dell’anno e non volevo iniziarlo col groppo alla gola. Mi rimisi in moto e in meno di mezz’ora ritornai a Castiglioncello a caricare i tre amici. Ci recammo al Bar Napoli che faceva il notturno. C’era il Meini, il cugino di Fiorello che era di turno. Ci fece un cappuccino e ci s’inzuppò un bombolone a testa. Stava per “partire” il nuovo anno. Si fece l’alba senza parlare della serata, neanche quando il Meini insistè. Sembrava ci fossimo accordati e invece credo fossimo tutti un po’ sconvolti e increduli. Avevamo trascorso, io più degli altri, un Capodanno che avremmo a lungo ricordato. Poi finalmente anche un po’ stanchi, io  più degli altri, ci salutammo e facemmo rientro a casa. Erano le sette e trenta del 1° gennaio 1955. Un anno che era iniziato bene e che, per uno che “ci crede” come me, era di buon auspicio..”

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Volterra

Le danze con Sergio ed il Foxtrot

“..Volterra era una zona che non avevo mai battuto ma mi resi subito conto che i Cecinesi non erano visti con molta simpatia. Loro, i Volterrani, erano i classici bagnanti che battevano Cecina Mare  e i Cecinesi li prendevano sempre per il culo. Erano il bersaglio più facile per gli sfottò. Quando un bagnante si spogliava e si faceva vede’ in costume, bianco bianco, veniva sempre apostrofato come Volterrano, anche se  era di Colle val d’Elsa o Poggibonsi. Bastava èsse bianchi per èsse Volterrani. E i Volterrani, non potendosi incazzare a Cecina perché erano meno, si riservavano di farlo in casa loro.   

Ecco perché l’impatto fu abbastanza inquietante. Nella sala da ballo ci misero cinque minuti a sape’ di dove s’era e quando lo seppero si fecero avanti, quasi minacciosi. Ci fecero capire che eravamo a Volterra, in casa loro, e che non ammettevano prese di culo. “Qui non siamo ai bagni Armida, capito?” disse uno di loro. Io mi intromisi e molto garbatamente garantii serietà di comportamento. Ma eravamo sotto controllo e dovevamo stare attenti. Il pericolo era Sergio che non sentiva ragioni. Considerava i Volterrani inferiori anche in casa loro e minacciava di non piegarsi a nessun “richiamo”. Lui andava a Volterra per chiappa’ e voleva chiappa’. Cercai di fargli capire chi eravamo, da dove venivamo e il pericolo che correvamo, ma lui per tutta risposta, chiese il ballo ad una ragazza più alta di venti centimetri  con grosse puppe e fregandosene del ritmo del ballo, portò la ragazza in mezzo alla pista e gli si buttò con la testa sulle puppe e “mattonellava” anche se l’orchestra sonava un fox trot. La troiona non disse ba’o  e  ci stava, ma quando s’accese la luce e Sergio non si staccò, continuando imperterrito nella sua strategia fregandosene di tutti gli avvertimenti, successe di tutto. La cosa poteva passa’ liscia solo se la ragazza era sola ma difficilmente anche a Volterra le ragazze erano sole. E in effetti,  in tre secondi gli si avvicinarono un paio di energumeni e “staccarono la coppia” (sembravan du’ cani in calore), incominciando ad imprecare contro i Cecinesi, le mamme e le nonne. Un po’ come in tutti i paesini quando arrivavano i Cecinesi arrapati e insensibili al contesto”………

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Alla caccia della Reginetta, una sfida tutta “mia”

La chiamavano la bella Mannozzina

Il pensiero della Reginetta della Targa Cecina si faceva sempre più pressante e per tutta la settimana diventò un chiodo fisso. Facendo l’indifferente cercavo di raccogliere più informazioni possibili. Al Bar Napoli, parlando con gli amici più intimi, sèppi che quasi tutti sapevano chi era e la chiamavano la  bella Mannozzina. Mannozzi era il cognome. Dicevano che era impossibile da gattona’ perché non usciva mai e perché era protetta come una perla nella propria conchiglia e perdipiù tanti fratelli incutevano timore. Quelle parole, quelle definizioni, erano musica per le mie orecchie. Nessuno me la indicò come nuova scommessa ma dentro di me ci pensavo. Quando mi si profilava davanti una sfida, non solo nel campo delle bimbe, cercavo di valutarne le difficoltà e se era solo difficile non la prendevo neanche in considerazione. Passavo ad altro. Quando sentivo invece la parola “impossibile”, mi mettevo in posizione di cane da punta. E riflettevo, quasi sempre senza pensarci più di tanto in modo spontaneo e spesso inconsapevole delle difficoltà. Certo se mi dicevano di scalare il k2 o andare sulla luna, facevo presto a mandarli tutti a ca’à, ma se l’impossibile veniva considerato impossibile per i soli “normali” partivo come Jessy Owens, non mi fermava nessuno!. Era più forte di me e così lo è stato durante tutto il percorso della mia vita. Dopo la partenza a razzo e di getto spesso mi mordevo le mani e mi dicevo “chi te l’ha fatto fa, imbecille!” ma difficilmente interrompevo un progetto, una iniziativa, una sfida insomma, prima di averla portata a termine. Quella della bella Mannozzina non era una sfida, nessuno me l’aveva chiesta. Lo stava per diventa’ solo per me ed era forse la prima volta. Era un po’ come una corsa a cronometro, dovevo gareggiare da solo e battere un record. Stava diventando molto  affascinante, intrigante e chi più ne ha più ne metta. Incominciò, quasi paradossalmente, il prurito di come quando mangi il peperoncino in abbondanza. Ero “preso” e pur avendola solo vista quasi di sfuggita, ‘un vedevo l’ora d’arriva’ alla domenica sera, al Circolino de’ Palazzi..”

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La prima sera al Circolino

Nel covo dei “Compagni”

..finalmente s’arrivò ai Palazzi e s’entrò nel Circolino, sulla via Aurelia. Era  un Barre con bancone e qualche tavolino da gioco nella parte fissa, dove gli habituè si incontravano per bere e giocare a carte. Vicino al bancone, in prossimità dell’ingresso, c’era un portone dal quale si accedeva ad uno stanzone molto grande e rettangolare. Sedute a un tavolino  un paio di persone che fungevano, per quelle occasioni, da bigliettai; Uno staccava e incassava mentre l’altro strappava e faceva passa’ nella sala da ballo, uno alla volta, i partecipanti. Per entrare c’era la fila. Cesare si offrì di fare il biglietto per tuttèttrè e ci disse “poi si fa i conti!”.

Entrammo insieme nel tempio delle danze del rione Palazzi. Non esisteva il fiocchino e mi congratulai con i Palazzetani per la novità. “Sono avanti!”, mi dissi. Gli amici erano “attesi” e mi lasciarono solo come un baccalà. Mi guardai intorno per vedere se conoscevo qualcuno ma mi resi immediatamente conto che il locale era pieno di frequentatori abituali. Si conoscevano un po’ tutti, sembrava si trovassero in famiglia.  Vidi Sergio, lontano dall’ingresso e altri pochi amici che ogni tanto incrociavo al Bar Napoli. Il salone era grande ma la collocazione delle seggiole ai lati lo rendeva più “intimo” e la capienza si riduceva. Con ducento persone era strapieno!. Una parete era completamente riservata all’Orchestra con tanto di  palco. Alle altre pareti c’erano le seggiole, tutte ben allineate in due file. Quella attaccata al muro con le seggiole quasi incollate come una grande panca e quella davanti, con meno seggiole, praticamente una per ogni tre di quelle attaccate al muro. Mi chiesi il perché e, a un’occhiata più attenta,  mi resi conto che quelle davanti erano riservate alle ragazze che ballavano e quelle didietro erano invece per le accompagnatrici, le mamme, le sorelle maggiori o le zie. Tutte  donne. Gli uomini, tranne qualche breve momento – quando si alzavano le ballerine – stavano ritti, tutti in piedi. Io ero fermo, impalato, ancora vicino all’ingresso  sempre col Montgomery  e continuavo ad osservare quasi “meravigliato”. Con tutto il riguardo mi sembrava d’èsse in un paese dell’Est. Chiesi subito la contromarca per rientrare nella stanza adiacente e prendere un altro caffè. Mentre ero al bancone  vidi delle foto alle pareti e capii : era un Circolino di dopolavoristi, un “covo” di comunisti che la domenica sera  si apriva anche all’esterno.  Io non ero proprio uno di loro e anche se la politica  non è mai stata nelle mie corde (che sbaglio, a posteriori!), non è che il trovarmi lì mi garbasse tanto. Poi pensai alla ”apertura” all’esterno e mi dissi che in fondo erano “democratici” (roba da matti!). Rientrai nella sala da ballo. L’orchestra era in pausa ed ebbi modo di avvicinarmi a qualche amico. Stavo salutando il Vasetti quando mi apparve davanti anche Sergio che abbracciai. Intanto quei brodi di Cesare e Foffo avevano già incominciato a spargere la voce sul mio obbiettivo e molte donne, soprattutto le accompagnatrici, mi guardavano come si guarda un forestiero che suona il campanello di casa. Con circospezione e  curiosità. Ridacchiavo per darmi un contegno  ma non ero proprio nei miei panni. La Mannozzina bella ‘un l’avevo ancora vista. Quando  l’Orchestra riprese a sona’  i capannelli si sfoltirono subito. Io mi tolsi il Montgomey e lo tenni in braccio alla ricerca di un appoggio. Pensavo che avrei potuto utilizzare una delle  seggiole delle accompagnatrici e che questa sarebbe stata una buona strategia per avvicinare la Mannozzina.  Ma lei non la vedevo e chi l’accompagnava non la conoscevo. Girellavo ai bordi quando vidi il Vaglini che sonava la tromba. Il Vaglini lo conoscevo perché ogni tanto con la sua orchestrina si esibiva in altri luoghi che io frequentavo. Aveva due cavalli di battaglia che sonava tre o quattro volte a sera. Erano “rose di Picardia” e “ciliegi rosa”, entrambe grandi successi di Eddie Calvert. Lo salutai dal sottopalco e lui si chinò e mi strinse la mano dicendomi “te la faccio subito!”. Sapeva un mio debole per “rose di Picardia” e  la eseguì.  Alla fine dell’assolo fu quasi osannato. Anch’io lo applaudii a lungo e mi rimisi a girella’, alla ricerca della “pietra preziosa”. Guardai dalla parte opposta a quella dov’ero e vidi Sergio e il Vasetti di spalle che chiacchieravano. Capii che lì c’era qualcosa che non avevo ancora visto. Restai dalla mia parte, sempre ritto, col Montgomery in braccio e aspettai il nuovo ballo per avvicinarmi al posto individuato e cercare il primo approccio con chi l’accompagnava. Lei sicuramente ballava e la seggiola davanti l’avrei certamente trovata vota. Attraversai la stanza e raggiunsi il “luogo del delitto”. La seggiola era appunto vota e dietro  c’era una signora di una trentina d’anni che chiacchierava ridendo con le altre vicine. L’accompagnatrice era “una”, pensai. Arrivai davanti alla sedia, mi rivolsi alla signora  e le feci un gran sorriso : “Lo so che è occupato, mi alzo subito, grazie”. L’accompagnatrice molto gentilmente mi disse “Fai pure, se mi vuoi dare il cappotto te lo tengo qui didietro”. Mi aveva dato del tu, mi aveva offerto di guardarmi il Montgomery e aveva accettato che occupassi la seggiola della “controllata”. Cosa potevo chiedere di più.  Il contorno era servito. Ora bisognava cucina’ la pietanza.

Non mi rendevo conto con chi ballasse la smorfiosetta che non avevo ancora visto.. Era una caccia al tesoro ed era passata già mezz’ora e non avevo ancora trovato nulla. Ed eccola la Mannozzina bella, aveva appena finito di balla’ col Vasetti e si avvicinò alla su’ seggiola. Io mi alzai per lasciarle il posto e lei, con molta indifferenza, come se ci fossimo visti l’altro ieri mi sorrise e mi disse  “O te cosa ci fai qui?”. Ma come?, Io avevo penato per riconoscerla e lei mi salutava come se s’andasse ancora a scuola?. La cosa mi spiazzò ma mi rese il compito più facile. Feci il finto tonto e le dissi che m’avevano detto che in quel posto ci si divertiva e di aver trovato una signora molto gentile che mi aveva offerto la su’ seggiola. “E’ la mi’ sorella, Anna” e me la presentò. Anna, mi allungò la mano, la strinsi e  gliela  restituii con  un gran sorriso. La donzella nel frattempo confabulava con i pretendenti al ballo successivo e mi resi conto che  si gestiva da grande attrice. “Sono impegnata, ora mi riposo, ritorna fra un quarto d’ora, questo ballo non mi piace”….. Non aveva il taccuino ma era come se l’avesse.  Teneva tutti sulla corda e a distanza. Mi dissi subito che se s’azzardava a comportarsi così anche con me l’avrei mandata subito a ca’à, e insieme a lei, anche la sù sorella maggiore, il Vaglini, Sergio, il Vasetti, Cesare e Foffo. E addio per sempre a quel Circolino dei “compagni” . Quel suo comportamento mi teneva in apprensione e dovevo cercare di non sbagliare la prima mossa.  Decisi di “lavorarmi” la sorella, facendo l’indifferente con la Reginetta. E incominciai con la Anna a parlare del sesso degli angeli ed altre “puttanate” del genere. Lei mi dava molta soddisfazione e fece da spartiacque anche con le altre accompagnatrici vicine. Si fece un piccolo capannello al quale ricordo si aggiunsero anche le fidanzate di Cesare e Foffo. In un attimo arrivò anche Cesare che mi ruppe le ova nel paniere dicendo ad Anna : “Stai attenta perché lui è venuto quì per gattona’ la tu’ sorella!”. Replicai subito che non era vero ma mi accorsi che il gruppetto delle accompagnatrici rideva. Cercai di darmi un contegno ma quel pezzo di merda del Ruffini, Cesare, aveva fatto un po’ troppo il furbo procurandomi qualche imbarazzo. Appena la Reginetta si rimise a sede’ presi la palla al balzo e le dissi, a bruciapelo “quando sei libera vorrei ballà anch’io!”. Vada come vada avevo sparato la prima cartuccia. Strana sensazione. Se mi dice di no faccio un casino, mi ripetevo. La Reginetta invece mi rispose “questo ballo sono libera” e s’alzò. Maremma maiala, m’aveva preso in contropiedi. M’alzai e la portai al centro della “pista”.

Le dissi: “Fatti vede’ perbene” e cercai addirittura di farla  girare.  Mi fulminò e mi rispose molto seccata : “Dove credi d’èsse?”. L’avevo fatta grossa ma rimediai subito. Quella era una strategia che adopravo spesso: prima provocavo e poi, con falsa umiltà, cercavo di rimediare chiedendo scusa. Funzionava quasi sempre. E così recitai il copione: “Pardon, pardon, scusa, mi sono lasciato anda’, non volevo, non so cosa m’è preso!”. Era la prima volta che parlavo in francese. Mentre lei si rilassava continuai “  Domenica scorsa al Lido, quando t’hanno eletto Reginetta, non t’ho potuto guarda’ bene ed era dai tempi dell’avviamento che ‘un ti vedevo”. Lei mi rispose “Se vai al Pattinaggio e alla Solvay come fai a vedermi?” Ma come? Io non ti riconosco e te mi saluti come se il tempo non fosse passato e poi mi parli del Pattinaggio e della Solvay?. C’è qualcosa che non capisco bene e mi dicevo:  “vuoi vede’ che questa stronzetta mi conosce meglio della mi’ mamma?”. Si ballava un lento ma a distanza. La sinistra a protezione e niente gota-gota. Si girava piano piano ma ‘un si toccava nulla. Solo una mano e la schiena. Era già tanto. La mano era ben curata e la schiena lasciava intendere molte cose, specialmente a chi sapeva strusciarla bene in suengiù e sempre se la ballerina acconsentiva perché se ‘un voleva ti diceva subito “fermo lì!”. Io non volevo rischia’. Stringevo la mano ma lasciavo la schiena alla sola immaginazione.

Quando ritenni opportuno un nuovo affondo le dissi “Posso dirti che sei veramente bella!” . Lei replicò solo “Grazie”. Anche lei si stava sciogliendo. Non che fosse “tirata” come me all’inizio ma qualcosa doveva pur sentì. In fondo ero una novità del Circolino e ‘un s’era mai ballato assieme. E poi mi dissi : Va bene tutto ma un po’ meglio  del Vasetti mi sembra d’èsse e te, Reginetta dei miei coglioni, non puoi non sentire proprio nulla!. E ripresi : “visto che non ti posso stringe ti posso almeno guarda’ bene?” e la fissai tutta facendo un mezzo passo indietro. Dalla testa ai piedi  non le mancava nulla. Di viso era straordinaria, proprio bella, con occhi verdi e con un bellissimo sorriso. Feci a tempo a vederle anche i denti, belli e bianchissimi. I capelli castani, tendenti al chiaro, sciolti e sufficientemente lunghi sulle spalle. Il fisico era da Venere del Botticelli. C’era tutto, sia la parte che si vedeva (po’a) che quella che si immaginava ma che si poteva intravede’. Le gambe, quelle sotto la gonna, erano ben proporzionate al fisico e stavano alla perfezione con le scarpe, alte ma non troppo.  E poi il seno, bello prosperoso, anche se ben raccolto per non farlo sembrare troppo osè. Era vestita con una gonna a quadri molto grande che scopriva solo la parte immediatamente sotto i ginocchi e una maglietta che al tempo era molto di moda, legata sul davanti proprio sotto il seno, con un gran fiocco.  Era la ragazza dei miei sogni e non mi spiegavo come avevo potuto non notarla prima. Mentre l’ammiravo mi accorsi che la Reginetta non era abituata ad essere guardata così e avvertii in lei un certo “scricchiolamento”. Stava per arrivare il momento psicologicamente adatto per  la “prova schiena”. Detti un primo colpetto all’insù e lei mi guardò fisso negli occhi, pronta a dire “oh, che fai?” ma non lo disse. E provai a riportare la mano al posto originario e le detti un altro colpetto all’ingiù.  Qui mi  disse “Ora basta eh!”.  Ne fui fiero.  Non solo era protetta bene e quasi inavvicinabile, ma sapeva anche difendersi da sola. Mi accontentai di quell’abbrivio e  non tentai altre avances. Stavo già cominciando a pensare “Questa è mia e guai a chi me la tocca!”. Erano passati solo pochi minuti ma sufficienti per capire chi avevo fra le mani. Non provavo quel tremore violento dei gran falò e la cosa mi garbava di più. Provavo però un’altra cosa ed era la prima volta.  Qualcosa che s’avvicinava alla gelosia più tribale. Dopo neanche un ballo avrei voluto che la donzella non ballasse più con nessuno. Mi rompeva vederla balla’ con qualche altro e anche il solo pensare alla mano nella mano mi rendeva già un potenziale Otello.Le dissi solo che quel ballo non me lo sarei scordato e speravo lo fosse anche per lei. Sorrise e non rispose.

La riaccompagnai al posto dove c’era il solito gruppetto di pretendenti. Io mi sedetti dietro, accanto all’Anna e facevo l’indifferente. Non le avevo chiesto il ballo successivo. Volevo studiare meglio la situazione. Il primo tempo ero sopra 2 a 0 ma per vincere la partita  dovevo rimanere concentrato al massimo. Al terzo “no grazie, mi riposo un po’, sono stanca” vidi allontanarsi il gruppetto degli stronzi e lei stare seduta, di spalle davanti a me e la sorella. Come mi sentivo in quel momento?.  Nemmeno  Manzoni saprebbe descriverlo, figuriamoci io!. Manzoni forse l’avrebbe anche descritto, ma  ne sono arcisicuro, non l’ha mai provato dal vivo. Io invece ero lì, accanto all’Anna, continuavo a parlarle del più e del meno e la Reginetta era seduta davanti a me e non ballava più con nessuno..”

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Pomeriggio al cinema: ‘Duello al sole’

il fidanzamento (fuori)

“..e s’arrivò al giorno dello “speriamo bene”, l’8 dicembre, l’Immacolata Concezione. Da quando ci si era dati appuntamento erano passati più di quindici giorni e io non solo non avevo più visto la Reginetta, ma non ero neanche mai andato ai Palazzi. Non avevo più avuto notizie neanche da Cesare e Foffo che nelle due domeniche passate avevano continuato a bazzicare il Circolino. Mi dissero solo che  avevano visto solo Piero con la su’ fidanzata. Nessuna traccia della Rosanna e dell’Anna.

Verso le due e mezzo del pomeriggio ero già davanti al Cinema Moderno!. Non avevo i biglietti e  si stava formando  la calca  anche se mancava mezz’ora  all’inizio del film. Non sapevo cosa aspettarmi : verrà davvero? E con chi? Ce la faremo a entrare? Quante saranno?; Mi sentivo la palla di una partita di ping pong : la testa andava in qua e là, anche perché chissà  da quale parte sarebbero arrivate. Ma cinque minuti prima dell’ora x ecco tre ragazze che mi si avvicinano. La Rosanna era nel mezzo a due amiche, niente sorelle, almeno credetti. Una la conoscevo di vista perché frequentava il Circolino e l’altra non l’avevo mai vista.  Andai loro incontro e le vidi sorridenti. La Rosanna  mi sembrava Marina Vlady, era più bella di Marina Vlady. Mi presentò la Graziana, quella che conoscevo e mentre le stringevo la mano, quell’altra si staccò dal gruppo e facendo un cenno con la mano salutò la Rosanna e la Graziana. Non si fece a tempo neanche a presentarci che si era defilata. Seppi poi che l’avevano trovata trecento metri prima, che era dei Palazzi e aveva un appuntamento con altre amiche proprio nei pressi del Moderno. Evidentemente non era una sorella. La gente continuava ad arrivare e per non perdere il posto chiesi solo “si va in galleria?”.

Rosanna rispose “va bene” e mi misi subito in colonna. Non mi rendevo veramente conto di come stavo, cosa mi passava per la testa, dov’ero, dove andavo e soprattutto con chi ero. Vorrei aver fatto gli studi classici  per descrivere quel momento.   Ma  immaginate Dante. Aggiungo solo, molto volgarmente, che avevo “paura” di ca’ammi addòsso!.

[…]

Il cinema si riempì come un ovo, era  stracolmo e  tante persone stavano in piedi attaccate alle pareti.  Le luci si spensero in perfetto orario e iniziò lo spettacolo. Appena si fece buio la Rosanna si girò verso di me e mi disse “Lo sai che fìlme fanno?”. Capii subito che era una domanda “per apri’ bocca” perché mentre aspettava che io facessi i biglietti aveva certamente visto i grossi cartelloni ma io feci il finto tonto e le risposi “Duello al sole” e aggiunsi “Con Jennifer Jones e Gregory Peck” ;“Ho letto che è un bel film, bene!” rispose lei. Stavo per ritrovare un po’ di slancio e vicino all’orecchio, piano piano le dissi: “Lo sanno i tuoi?” e lei: “Dopo ti racconto, te l’avevo promesso, hai visto?”; mi sembrava già troppo. Presi un po’ di tempo e poi, sempre durante i “prossimamente” mi riavvicinai all’orecchio : “Lo sai quant’è che non ci si vede?” ; “Secondo te?” mi disse.

Non riuscivo ad impostare bene il discorso; un po’ perché non si doveva parla’ sennò si disturbava ma un po’ perché all’improvviso non sapevo proprio cosa dire. Come facevo in quelle condizioni a dirle  “Ti voglio bene” o altre frasi del genere?; E anche se mi stavo riprendendo ero in una situazione alquanto imbarazzante. Non volevo fare troppo lo sbruffone per non  rischia’ nulla ma non potevo mica sta tutto il pomeriggio in quello “stato”!. E così, tanto per di’ qualcosa  chiesi  sempre piano piano: “Chi è la Graziana?” e lei: “E’ una amica fidata”. Lo sapevo che mi rispondeva così…. ma perché le faccio queste domande del cazzo?; Basta, facciamo incominciare questo “Duello al Sole” e poi vedrai che qualcosa inventerò, mi ripetevo. Ma non ce la facevo, era più forte di me, volevo sentire la sua voce, volevo che mi guardasse anche al buio, volevo che mi dicesse cosa aveva provato in tutti questi giorni, volevo sapere se i suoi lo sapevano, se potevo andare a casa sua a conoscere il su’ babbo. Insomma volevo un sacco di cose e in quel momento maledii il Moderno e l’idea dell’appuntamento al cine. Non potevo certamente mettermi affafranella, non era mica una scommessa?. Mi rassegnai e pensai “quando si esce avrò tempo di parlare, ora magari le metto la mano sulla spalla e la faccio finita di chiacchierà sottovoce”.

Finirono i “prossimamente” e incominciò subito il film senza che si accendessero le luci. Per quasi un’ora saremmo stati  senza fari e  qualcosa sarebbe successo. Misi l’animo in pace e feci finta di assistere al film con l’attenzione di come quando c’andavo da solo o con qualche amico. Quando apparve Jennifer Jones in tutta la sua prorompente bellezza da zingara ribelle mi feci coraggio e allungai la mano destra sulla sua spalla e le dissi, per distrarla un po’: “perché non ti levi il cappotto?” e lei senza rispondere s’alzò leggermente, se lo tolse e lo appoggiò sulle gambe. In quel momento avevo ritirato il braccio ma appena si rimise comoda glielo rimisi sulla spalla e le passai la mano sul collo. Si girò, mi guardò e mi disse “non esagerare!”. Ero già contento. Lo considerai un segnale importante e incominciai a muovere la mano, molto delicatamente. Sentivo po’o ma l’importante era il gesto e il silenzio assenso. Non stavo nella pelle e le ripetei una frase già detta (“quanto sei bella!”) e lei rispose  “Grazie”, proprio come al Circolino!. Decisi allora di allargarmi :“ora ti dico  una cosa importante ma voglio una risposta importante, posso?” e lei “dimmi”. “Ti voglio bene e mi voglio fidanzare con te, ti prometto che è una cosa seria, e dammi una risposta un po’ più lunga”;

Si girò verso di me e disse “anch’io ti voglio bene e se vuoi una risposta lunga ti dico anche che te ne voglio fin dalla prima sera al Circolino” e aggiunse mentre io le stringevo la spalla “per me sei il primo e se ti vuoi fidanzare con me, io devo essere l’ultima, capito?”;

“Te lo prometto e in settimana vengo a casa tua”. La sua risposta  mi ghiacciò: “e’ presto, non è facile, poi ti dirò cos’è successo in questi giorni, non mi ci fa pensare, forse prima di Natale ma ora no, dammi retta!”.

La gente, specialmente quelli in piedi incominciarono a fa  shhh, perchè facessimo silenzio e io sempre più sottovoce  le dissi “Ne parliamo dopo, ora facciamo silenzio”. Accesi un’altra sigaretta e lei si girò verso di me e disse “Ma quanto fumi?”. Non risposi ma dopo un altro paio di “tirate”  spensi la cicca e non fumai più fino all’intervallo.

Si accesero le luci e tanto per essere gentile abbassai un po’ la testa e mi rivolsi alla Graziana: “ti garba?” “moltissimo”. Dopo il grazie delle caramelle risentii la voce dell’amica. E poi cercai di darmi un comportamento da indifferente mentre lei e la Rosanna parlottavano.

L’intervallo durò qualche minuto e prima della ripresa del film accesi un’altra sigaretta. Lei stette zitta, mi guardò sorridendo.

Appena iniziò il secondo tempo ed il vocìo non era del tutto finito le dissi: “ti garba Gregory Peck?”  “e’ uno dei miei preferiti” mi rispose molto piano; “Bene, sono proprio contento, dopo ti dirò perché” e mi rimisi silenzioso a guardare il film. Riallungai il braccio destro sulla spalla e ripassai dal collo nudo; Quella strusciata non respinta e senza occhiatacce mi mandò quasi in estasi. Ero contento e decisi di starmene zitto. Verso le scene finali d’amore e di morte piegai la testa sulla su’ spalla e completai l’opera. Poco prima della fine ritirai il braccio e mi rimisi in posizione naturale per accendere l’ultima sigaretta. The End.

Si accesero le luci e nel bailamme generale ci si rimise i cappotti, pronti per uscire. Il film aveva avuto grande successo ma per capirlo bene  dovetti rianda’ a vederlo da solo qualche giorno dopo. Quel pomeriggio non ci capii nulla!.

Appena s’arrivò fuori dal cinema mi offrii di riportarle a casa in auto ma la Rosanna mi disse “ti ringraziamo ma preferiamo andare a piedi”. La Graziana si staccò leggermente andando a guardare i cartelloni del cinema esposti nelle bacheche esterne ed io e la Rosanna si rimase qualche minuto soli. Lei mi disse cosa le volevo dire di Gregory Peck e io le risposi “un’altra volta”  perchè mi premeva sapere quando ci saremmo rivisti.

Lei senza sorriso replicò: “Non lo so, voglio vedere cosa succede stasera a casa! Promettimi di stare calmo e di non venire a casa dai miei, non è ancora il momento, spero di dirtelo o fartelo dire presto, ora devo andare altrimenti è peggio!”.

Continuavo a non  capire  cosa succedeva ma non volli insistere perchè temevo  di metterla in difficoltà. Non sapevo che scusa aveva trovato per venire a Cecina e soprattutto mi sembrava di capire che il progetto consenziente di venirci con la su’ sorella non era andato bene. Mi venne ammente quando l’Anna rispose ad una mia sorridente provocazione al Circolino. Ricordo che fra il serio ed il faceto le dissi “ma non le piacerebbe avere un cognato come me?” ,e lei mi rispose a tamburo battente: “per niente!”. Avevo preso quella risposta come una battuta alla Cecinese  ma forse diceva sul serio!.

Prima di salutarla volevo almeno sape’ se potevamo considerarci fidanzati e lei mi fece l’ultimo sorriso del pomeriggio e mi disse “sì”.

E poi, mentre riprese il braccio della Graziana per ritornare a casa mi salutò con queste parole : “domenica prossima al Circolino non ci sarò, forse la domenica dopo, ciao”. Strinsi la mano alla Graziana, dissi grazie anche a lei e le vidi tutt’eddue girarsi e andare verso il centro per imboccare la via dei Palazzi. Andavano a passo svelto. M’ero fidanzato con la Reginetta della Targa Cecina del 55 ma non sapevo quando l’avrei rivista. Sembra quasi incredibile ma è così.

Iniziava un altro film senza Jennifer Jones e Gregory Peck..”

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Bar Napoli

Enzo Stoppa e la carambola. Dieci anni di vita ed esperienze

“..l’unico biliardo libero era quello di carambola, guarda caso un gioco dove si poteva giocare anche da soli. Chiesi le palle al Meini e mi misi a giocare a carambola. Dopo mezz’ora di riscaldamento arrivai a farne trenta sulla stecca e sentii un applauso da Enzo Stoppa che stava guardando appoggiato ad una parete. Lo ringraziai e lo invitai a fare una partita. Accettò con piacere e mentre si levava la giacca per “acchitare” pensai a quando Enzo Stoppa giocava nel grande Cecina dell’immediato dopoguerra e mi venne ammente la prima volta che lo vidi proprio in quel Bar Napoli dove i giocatori si spogliavano prima di recarsi al vecchio campo sportivo vicino al ponte della Cecina. Stoppa era il mio idolo ed era stato un grande centravanti. Da qualche anno aveva smesso di giocare a pallone e faceva il rappresentante di scarpe. Feci un breve calcolo e mi resi conto che quella prima volta che lo vidi era anche la mia prima volta al Bar Napoli. Erano passati quasi diec’anni!.

Anni dove era successo un po’ di tutto. La scuola, il ruba bandiera, la guerra, i bombardamenti, la vita da “sfollati”, il Paratino, l’ultimo covo di Monterufoli, i tedeschi, i rifugi, la Leda e i partigiani, gli americani, i nuovi vincitori, gli espedienti, i voltagabbana, l’avviamento, la prima punizione, l’orto, le palle di cencio, i primi pruriti, la bicicletta, Populonia e la caduta, il destino, l’importanza del culo, gli amici del rione, il tredicesimo compleanno, l’ufficio, il primo stipendio, le prime sfide, zio Mario e zio Filottète, Mauro e la topolino balestra lunga, l’esame di terza e l’inno di Mameli, le riviste a Livorno, il grande Cecina, le trasferte, il Bar Napoli, la prima polizza, le prime sfide sul lavoro, la musica, i concerti, le serenate, la Targa Cecina e gli allenamenti notturni, le riscossioni porta a porta, la ragazza nuda in portantina e il trionfo dell’Arem, la Mazzola, i pantaloni alla zuava, Alfio e Piedigrotta, i tanti battutisti Cecinesi, l’ascolto e gli insegnamenti dei grandi, gli amici di strada e del barre, i tranelli e le contro fregature, il casino prima e la Sitrì dopo, il biliardo e il poker, la Direzione e il primo inquadramento, i liquidatori, i segnalatori, i collaboratori, l’organizzazione periferica, Ulisse, Bistecchino e gli altri, i raid negli orti, i balli col fiocchino nei paesetti marittimi, i tanti rischi di toccànne, le prime scommesse sulle bimbe, le bagnanti, le altre ragazze e gli abbandoni repentini, la prima cotta, le gite scanzonate, i perché di tante scelte, la squadra del cuore, il tifo controcorrente, la presunzione e la voglia di libertà, la massa ed il concime, i capodanni e le zingarate, Villa Celestina con la troia, il tennis, le domeniche di Volterra, la bimba protetta del Palazzaccio, lo Scoglietto, il wc e l’Ogival, la bella della Processione, Biella, l’ultimo abbandono, la Reginetta della Targa, il Circolino dei Palazzi, l’Immacolata Concezione e la prossima “chiesta” (6). Quanta roba e quante esperienze!. A vent’anni ero già in grado di fare quasi tutto e più avanti andremo a vedere. Senza nulla togliere alle generazioni precedenti e tanto meno a quelle successive credo proprio che i sopravvissuti della mia generazione abbiano vissuto il periodo più entusiasmante dalla nascita di Gesù Cristo..”

(6) La “chiesta”  era il momento in cui l’aspirante fidanzato andava a casa dei genitori della bimba prescelta per chiederne la mano.

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La ‘chiesta’

“Ti piace il prosciutto?”

“..alle quattro e mezzo di sabato 23 dicembre del 55 mi recai ai Palazzi, dai genitori della Rosanna e per meglio arrivarci in forma c’andai a piedi. Era una bellissima giornata con sole e una bella tramontanina che mi fece pensare al mare piatto e azzurrissimo. Se non dovevo andare ai Palazzi andavo certamente a Marina; Quelle erano le più belle giornate invernali che potessimo immaginare. Dieci minuti prima delle cinque ero davanti al grande portone della casa della Rosanna e cercavo il campanello per suonare, quando sentii un “ciao” dietro le spalle. Era Piero che mi salutò molto affettuosamente e mi accompagnò al primo piano. Aprì la porta d’ingresso, si fece da parte e mi disse “prego”. Entrai in una sala molto grande. C’era un tavolo lungo che a occhio e croce poteva ospitare una quindicina di persone ma non c’era nessuno. Pensai di essere leggermente in anticipo ed in effetti, dopo duottrè minuti incominciarono ad arrivare gli “invitati”. Piero mi presentò la mamma che mi porse la mano e mi disse “piacere”. La guardai bene e mi sembrò di trovarmi di fronte ad una bella signora d’altri tempi, discretamente ben messa con una faccia solare e con i capelli ben raccolti con riga al centro. Mi dissi subito come faceva ad essere come la vedevo in quel momento dopo dodici gravidanze in poco più di vent’anni. Ma mentre facevo queste considerazioni la signora Gina si ritirò e vennero avanti gli altri. La Anna, la Sara con Walter e un paio di fratelli. Tutti molto gentili. E poi arrivò un’altra sorella, quella sposata, la Giuliana col su’ marito Sergio; La Giuliana era incinta e dopo una settimana partorì l’Anita. E poi mi apparse lui, il babbo, il signor Patrizio che mi allungò la mano e mi disse “piacere” e mentre eravamo ancora tutti in piedi mi invitò a sedermi. Mentre spostai la sedia per accomodarmi accanto al capo famiglia gli altri erano già tutti posizionati e silenti. Patrizio si mise a capo tavola e io ero il primo alla sua destra. Non avevo ancora visto la Rosanna e non sapevo cosa pensare. Ero curioso ma meno apprensivo di quanto potevo supporre. Era una scena mai vista prima ma i sorrisi dei presenti mi aiutavano a tenermi su. Non credevo di parlare per primo e aspettavo. Il tempo di un respiro lungo e Patrizio mi disse “ti piace il prosciutto?” e io “molto”. Prima che Patrizio alzasse un dito vidi la Sara e l’Anna che si alzarono e dissero in coro “ci si pensa noi!” e andarono verso un’altra stanza dove evidentemente c’era la mamma con la Rosanna, pensai. Quando ritornò il silenzio assoluto Patrizio mi guardò e mi disse, questa volta molto seriamente : “sei figliolo di Tripoli?” e io ancora “si”. “Non lo conosco personalmente ma m’hanno detto che è un brav’uomo” continuò; e io mossi la testa in sueggiù senza aprire bocca. Gli ridetti la palla e lui continuò : “che intenzioni hai con la mi’ figliola?”. Confesso che non mi aspettavo una domanda così a bruciapelo ma forse era meglio, pensai; E risposi “senta signor Mannozzi, per farmi ricevere da lei e potergli dire che sono innamorato della Rosanna e di volerla sposa’ ho fatto il diavolo a quattro. Ho compiuto vent’anni e sono responsabile e serio, è sufficiente?” e lui mi rispose “va bene, mi raccomando però; Ci siamo capiti?” e come da copione, a questo punto entrò la Rosanna, si recò dal su’ babbo e gli dette un bacio sulla fronte. Mi disse “Ciao” e si mise a sede’ accanto a me. S’alzò il vocìo degli altri che vennero subito verso di noi a complimentarsi. Ricordo Sergio, il marito della Giuliana che mi disse anche “bravo”. Stavo per dire “La posso bacia’?” ma mi trattenni. E arrivarono i piatti già preparati con prosciutto e olive nere per tutti. Poi forchette, coltelli e pane toscano già tagliato a fette. Walter portò un paio di fiaschi di vino rosso e la signora Gina completò il tavolo con l’acqua, tre bottiglie corrette con idrolitina e apertura a scatto. Patrizio dette il “buon appetito” e s’incominciò a fare merenda. Piero non lo vedevo al tavolo ma mentre ci pensavo si presentò con una mezza forma di pecorino e si mise in fondo al tavolo accanto a Sergio e Walter. Mentre si mangiava il prosciutto e si beveva “rosso” si parlava di puttanate varie, ormai non contava più nulla essere seri o seriosi. Il dado era tratto e dopo un quarto d’ora ero già uno di loro. Tutti erano carini e giuro, mi dissi “ho trovato un’altra famiglia”. E così è stato per molti moltissimi anni, finchè prima la Gina, troppo prematuramente e poi Patrizio lasciarono questo mondo per ritrovarsi lassù..”

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10 Aprile ’56

il treno per Modena e la trattativa

“..il dieci d’aprile del ‘56. Il giorno della gita a Modena e della trattativa che ti cambia la vita. Scelsi il treno che passava da Pontremoli e cambiava a Parma. Arrivava prima e faceva meno scali e cambio treni di quello “via Firenze e Bologna”. Indossai un vestito invernale perché avevo saputo che a Modena c’era ancora la neve. Era stato un inverno molto freddo e lunghissimo. Cercai di dormire un po’ ma non ci riuscivo. Pensavo all’incontro col Direttore e ripassavo mentalmente il comportamento che avrei dovuto tenere. A Parma era fissata una sosta per cambio treno di una mezz’oretta e feci una breve sosta al caffè della stazione. Presi un cappuccino, mangiai una brioscia e prima di pagare fui “folgorato” da un cartellone pubblicitario dietro al bancone: “Fin sec vi dà la carica” diceva. Era un brandy italiano che andava per la maggiore. Non l’avevo mai bevuto come non avevo mai bevuto altri alcoolici, neanche a fine pranzo. Al massimo prendevo un amaro Isolabella o un amaretto di Saronno che erano considerati liquori da femmine perché erano leggeri e dolciastri. La forza della pubblicità quella volta colpì anche me che mi vantavo sempre di non farmi condiziona’. “Mi dà un mezzo bicchierino di fin sec!” chiesi al barista. Mi guardò in un modo un po’ strano. Non so ancora se quello sguardo riguardava il “mezzo bicchierino” o la richiesta di un brandy alle nove e mezzo di mattina. Feci lo sbruffone e lo bevvi alla russa, in un sol colpo. Dopo cinque minuti ero bianco come il bu’ato bianco e sudavo come a ferragosto quando c’è lo scirocco. Le gambe mi facevano giacomo giacomo e mi misi a sedè vicino alla cassa del barre. Avevo “paura” di pèrde la coincidenza che invece ce la feci  per un pelo. C’era un’oretta di tragitto e sperai di rimettermi in carreggiata. Andai in bagno e mi misi un dito in bocca per vomita’. Mi tremavano le gambe e continuavo a suda’ ma l’operazione “vomito” dette qualche risultato. Mi sentii subito meglio ma non ero ancora io!. Ringraziai il Signore per avermi fatto vede’ quel cartello dopo il cappuccino e la brioscia perché, se avessi bevuto quel brandy del cazzo a digiuno ‘un ce l’avrei fatta neanche a prènde la coincidenza. Mi riassettai un po’ alla meglio ma quando arrivai a Modena avevo “paura” di casca’ dalla scaletta del treno. Mi tremavano ancora le gambe ed ero  palliduccio. Sperai nel ritardo del Direttore ma ormai l’ora “x” era arrivata e cercai di inventarmi una scusa. Temevo che il Direttore mi dicesse “Si fa due passi a piedi, l’Agenzia è vicina”. Mentre maledicevo quell’inconveniente del “fin sec” e stavo per uscire dalla stazione di Modena mi trovai davanti due persone che guardavano in qua e là come se aspettassero qualcuno. ‘Non ci s’era mai visti. Mi dètti un ultima scrollatina al capo e guardai il “duo” sorridendo. Era un segnale del cazzo ma era un segnale. Quello più piccino mi venne incontro e mi disse “e’ il signor Giannini?” e io “si, molto piacere” e gli allungai la mano. “Schiaffino, piacere mio” rispose e continuò “le presento il Direttore dr. Malevolti”. Il Direttore mi venne incontro e rispose “piacere” e poi rivolgendosi al signor Schiaffino gli disse “andiamo?” e Schiaffino si allontanò. Capii che andava a prendere la macchina e pensai “meno male!”. Prima che il Direttore s’accorgesse del mio stato lo precedetti e gli dissi “scusi Direttore ma ieri sera sono andato alla cena d’addio al celibato di un mio amico e stanotte mi sono sentito male” e mentre il Direttore rideva continuai “era troppo tardi per chiederle di rimandare quest’incontro e sono qui lo stesso, mi dovrà prènde così!”. Il Direttore continuò a rìde e mi disse       “ la ‘un si preoccupi, capisco” e continuò “se non era di Cecina avrei pensato all’emozione!” e io sfornai il mio sorrisetto e replicai “sarà difficile, ho proprio “rimesso” ma sto già meglio”. Arrivò Schiaffino e fermò la macchina davanti a noi. Era una Fiat topolino amaranto. Scese e mi aprì lo sportello per farmi salire didietro. Il Direttore montò davanti e si partì. Mi sentivo veramente meglio. Quattro parole di circostanza come “ha fatto un buon viaggio?” ed altre puttanate del genere e in cinque minuti s’arrivò davanti all’Agenzia. Schiaffino ci fermò davanti, ci fece scendere e ci disse “ci vediamo in ufficio, vado in piazza Roma a parcheggiare”. Il Direttore mi prese a braccetto e mi invitò a prendere un caffè nella torrefazione proprio davanti all’ingresso dell’ufficio. Lo ringraziai, attraversammo la strada ed entrammo “alla Messicana”. Il dr. Malevolti ordinò due caffè e in quel momento le gambe smisero di fare giacomo giacomo. Stavo per ritornare alla normalità.

L’Agenzia di Modena si trovava in via Farini, una via centralissima della città. Mentre s’entrava in ufficio feci a tempo a vede’ qualche cumulo di neve ghiacciata sul marciapiede. Non era punto freddo, anzi!. C’era anche un bel sole e la cosa mi piacque moltissimo perché a sentì il mi’ zio Mario ci doveva èsse sempre la nebbia. Gli uffici erano enormi e l’arredo di falso antico molto “intonato” all’ambiente. Il Direttore  mi precedeva. S’attraversò quasi tutto l’ufficio e mi resi conto che c’era tanta gente. Poi si salì qualche scalino e ci ritrovammo in una grande stanza con due scrivanie a distanza. Era la stanza degli Agenti, due toscani. Il ragionier Allegri, fiorentino là là là e il signor Franceschi, carrarese. Si alzarono quasi all’unisono e ci vennero incontro. Si presentarono con dei gran sorrisi. Mi sembrarono tutt’eddùe in gamba. Erano elegantissimi. Avevano una cinquantina d’anni e anche se non erano di “scoglio” erano sempre toscani, seppure inferiori. Praticamente s’era in quattro toscani. Due là là là, un carrarese che io consideravo toscano bastardo e di rena ed io, l’unico di scoglio. A poker li avrei fatti piànge ma lì si giocava un’altra partita e dovevo stare in campana. Nella stanza c’era un tavolo di grosse dimensioni con una dozzina di sedie. Pensai al tavolo delle riunioni.

“Prendiamo un caffè?” furono le prime parole del rag. Allegri; “Grazie, l’abbiamo appena preso” rispose il Direttore. Altri tre minuti di parole di circostanza e mentre stava per unirsi alla compagnia anche Schiaffino, il Signor Franceschi mi disse “ma è proprio bravo come dicono?” e poi continuò “quando ero agente a Frosinone e vivevo in albergo ero molto amico del direttore, era un Cecinese che mi faceva schianta’ da rìde” e fece una risata talmente grassa che gli andò di traverso una boccata di catarro che lo costrinse a girarsi e proteggersi con una grossa pezzola. Il dr. Malevolti ridendo gli disse “lei fuma troppo signor Franceschi”. Il rag. Allegri ci invitò al tavolo e Schiaffino aprì bocca per dirci se potevamo prendere un caffè. Si rise tutti e il Direttore gli rispose “la arriva tardi, s’è già preso”. E poi incominciò il colloquio e io ri-ero in forma smagliante. L’effetto “Fin sec” era passato ed ero pronto ad ascoltare. Il Direttore tirò fuori una cartellina dalla sua borsa e l’aprì. Gli ero accanto e gli detti una breve occhiata senza dargli molta importanza. Non volevo cadere nel tranello. Mi ero ripromesso di parlare poco e misurare le parole. Niente sbruffonate, solo massima attenzione e serietà. Avevo vent’anni e dovevo stare molto attento. Nella stanza c’erano tre toscani e un genovese. Schiaffino era di Camogli. In quattro avevano più di dùcent’anni e avevano molta esperienza. Loro erano quelli che dovevano convincermi ma io ero nella condizione di mandarli tutti a ca’à..”

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L’arrivederci a Cecina

(ormai lo sapevano tutti!)

“..presi la macchina e andai a Marina. In fondo alla pineta dei Cavalleggeri, alle Casermette, al confine col comune di Bibbona. Scesi e feci la pineta a piedi verso il mare. Camminai per sette-ottocento metri nel mezzo della pineta più bella del mondo e arrivai fino alla battigia. Era una giornata fantastica, il sole picchiava già forte e il mare era calmo e azzurrissimo. Mi levai le scarpe e i calzini e mi bagnai i piedi. Mi piegai mettendo le mani nell’acqua e mi feci il segno della croce e dopo feci un gran respiro immagazzinando iodio purissimo. A Modena, se c’andavo, questo paradiso non me lo potevano paga’..”

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Il panino di Vienna e le acciughe di Fiorenzo

Le merende da impazzire

“..avevo il pomeriggio libero e sarei voluto andare a mangia’ con qualche amico ma non trovai nessuno. Non volevo pranzare a casa perché non volevo ricominciare a parlare di Modena e allora decisi di fare una cosa dimenticata da anni, da quando ero un bimbetto e andavo matto per una merenda speciale. Andai sul prato, alla bottega della mi’ mamma e fermai la macchina davanti. La salutai e le dissi che m’era preso la fregola  di farmi fare uno sfilatino di Vienna con burro e acciughe da Fiorenzo, la bottega accanto alla nostra. La mi’ mamma fece una grande risata e mi disse “te lo ricordi eh!”. Molti anni prima era lei che me la pagava. Fiorenzo c’aveva una pizzicheria ed era famoso per le merende. Entrai e lo salutai. Gli dissi “me lo farebbe un bello sfilatino di Vienna con burro e acciughe come ai vecchi tempi?”. “Meglio che ai vecchi tempi, ora c’ho anche il frigorifero e il burro ‘un puzza più!” rispose ridendo.

E’ incredibile. Mentre prendeva le acciughe da un contenitore di legno, una specie di botticella, e le puliva levandogli le lische e le stendeva sul burro già spiaccicato sullo sfilatino, avevo l’acquolina in bocca; Non vedevo l’ora che finisse. Poi me lo rinvoltò ben bene e me lo porse. Lo ringraziai e mentre stavo per anda’ sul marciapiedi ad assaporare quella delizia “antica” gli chiesi cosa potevo bere e lui “un bel bicchiere di vino rosso!”. Uscii e mi misi a sede’ su una panchina di granito accanto alla fontana e prospiciente il grande prato che era lì da quando ero piccino.

Mentre incominciai a mangia’ restai immobile a guardare il prato e non potei non ritornare al passato, a quando ero un bimbetto. La scuola, il ruba bandiera, il circo, le giostre in occasione della fiera d’ottobre, il teatro all’aperto, il carro de’ Tespi, i giochi da ragazzi, il ping pong, il ghinè, gli Aspiranti e tantissimi altri ricordi. Non c’era il Colosseo o la fontana di Trevi. C’era solo un prato di terra battuta e ghiaia con i pini marittimi ai lati, qualche panchina e il Municipio. Ma per me era più importante di qualsiasi monumento. C’era una parte di me che non avrei mai dimenticato. Che non ho dimenticato. Fiorenzo mi portò il bicchier di vino sulla panchina e mi disse “sveglia!”. S’era accorto che stavo fantasticando e non sapeva che in quel breve lunghissimo percorso c’era anche lui con gli sfilatini di Vienna, col burro che puzzava di formicole e le acciughe sotto sale. Divorai lo sfilatino e mi venne fame. Ma no di pastasciutta, di un altro sfilatino. Non ne ebbi il coraggio, giuro. Feci i complimenti a Fiorenzo che mi disse “paga mamma?” e io “grazie per i ricordi ma ora c’arrivo da solo!”.

Si fece una bella risata e ci salutammo. Mentre stavo per uscire sentii di nuovo la voce di Fiorenzo “ma è vero che vai al norde?”. Lo sapeva anche lui!. Erano più di sei anni che non entravo in quella bottega e anche Fiorenzo sapeva di Modena. Gli risposi “’non lo so ancora, ci sto pensando, bòna” ..”

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A boccette con Fiorello

Il rischio di vomità

“..e andai nella sala biliardi. Alle boccette giocavano in tre : il Berghi, Roberto del Bellagotti e Fiorello. Mi videro e mi fecero entra’. Giocai fino all’otto in coppia con Fiorello e se ne perse dodici. Si perdeva anche quelle vinte. Fiorello era bravo ma gli garbava fallo vede’ troppo e riusciva a perde’ quasi sempre. Come compagno ‘un lo voleva nessuno e quel pomeriggio me lo dovetti puppa’ io. Mi fecero entra’ subito anche per quello. Ma mi divertii come poche altre volte. Verso le sette Fiorello ebbe l’idea di proporci una merenda e fui costretto a correre al bagno. Appena sentii parla’ di merende mi venne il palletico;  Mi tornarono a gola le acciughe e il prosciutto toscano. Feci appena a tempo a salvarmi da una vomitata gigante che mi avrebbe ricordato quella di Bistecchino sulla salitina del Bottegone quando corse la Targa Cecina. Rientrai dal bagno e ridevano come degli imbecilli. Chiesi un canarino caldo e dopo mezz’ora ri-ero io, quasi. Quel pomeriggio ci segnava i punti Aldo Buonazia figlio dei titolari della trattoria Senese; Qualche anno dopo diventerà uno dei più grandi ristoratori d’Italia. Insieme alla su’ moglie Maresa si sono specializzati nel pesce, quello vivo, quello vero e sostituendomi al Sindaco li ringrazio per tenere alto, con lo Scacciapensieri, il nome di Cecina.
Il Berghi disse “si potrebbe anda’ a mangia’ una bella piattata di trippa alla Senese!” e Roberto replicò “bella idea”. Arrivò finalmente il momento psicologicamente adatto. Gli dissi “andate tutti a ca’à!” e li salutai..”

pag. 276 e 277

La compensazione tra sfortuna e culo

Mai coi primissimi, sempre con i “meno”.

“..Secondo tradizione in quelle circostanze vincevo sempre e invece quella sera persi e persi tutto io. Giocai male ed era giusto che avessi perso. Pagai i tre stronzi e gli dissi anche “bravi”. Chissà perché ero contento. “Sto per ammatti’ davvero?” pensai; “No, sono fortissimo e presto ve lo farò vede’”. “La perdita di stasera mi porterà certamente bene!” mi ridissi. Quando m’andava male qualcosa non avevo il coraggio di lamentarmi, pensavo sempre che forse era un bene e che m’avrebbe portato fortuna. Mi facevo coraggio senza andare dagli psicologi del cazzo. E mi sono sempre trovato bene perché in fondo sono sempre stato fortunato. Ho sempre voluto credere che offrire spesso con sincera generosità, perdere qualche volta a poker  e tifare per quelli che vincevano di meno fossero un minimo prezzo per la fortuna e il culo che ho sempre avuto. La Roma, Bartali, Nencini, Mazzinghi la dicono lunga. Mai coi primissimi, sempre con i “meno”. Si soffre di più, si compensa il culo e quando si vince si sbrodola!..”

pag. 280

La Zanzina e il ferroviere col trombo. Curzio e il sor Vittorio

L’ironia e le “prese di culo”

“..Dopo un quarto d’ora entrò nella sala giochi un signore di una cinquantina d’anni che faceva il ferroviere e si faceva vede’ al bar Napoli duottrè volte all’anno. Era difficile fargli paga’ “pegno” perché non faceva ride’, non era come Dedo del Galoppini. ‘Non mi ricordo nemmeno come si chiamava. Entrò nella sala giochi con un bastone e con la bocca tutta “storta”; Si seppe dopo che aveva avuto un ictus, una trombosi, un trombo insomma e c’era venuto fòri per miracolo. Restò un paio di minuti silente e ritto. Aspettava forse che qualcuno lo vedesse e gli dicesse “poverino, cosa t’è successo?” o altre frasi di questo tenore. E invece accadde un piccolo episodio che conferma il sarcasmo dei Cecinesi autentici, quelli veri, quelli che mandano tutto in vacca e scherzano anche sulla morte del su’ babbo, ma con identica “cattiveria” si prendono per il culo per primi; Si chiama autoironia e chi non ce l’ha non è un Cecinese puro,  in sostanza non è un vero figlio di puttana.

Appena la Zanzina alzò gli occhi e lo vide, il ferroviere accennò un sorrisetto di circostanza ma con quella bocca gli venne proprio male e mise maggiormente in risalto il difetto. La Zanzina gli chiese “o cos’hai fatto alla bocca?” e il ferroviere rispose intaccandosi  “’un trombo!” alchè la Zanzina gli rispose a tamburo battente “anch’io ‘un trombo ma non c’ho mia una bocca ‘osi’!”. I giocatori incominciarono a ride’ e il ferroviere si girò e zoppicando lasciò la sala e uscì andando a cercare “consolazione” da altre parti. Più tardi si venne a conoscenza che a Cecina c’era piovuto una ventina d’anni prima e che veniva da Laiatico in provincia di Pisa.

[…]

Alla fine del gioco a coppie cominciò un classico. La sfida testa a testa tra Curzio e il Sor Guglielmi. Curzio era un personaggio che faceva ride’ solo a vederlo: un po’ ignorante e sgraziato nel portamento e nel parlare ma molto simpatico. Il sor Guglielmi invece un vero signore e perfino i bastardi del barre gli portavano grande rispetto, gli davano del lei e lo chiamavano ‘sor Vittorio’. Anche Curzio lo trattava con educazione (la sua!), ma ogni tanto andava fuori dai gangheri e quei momenti erano i più attesi dagli spettatori che seguivano la sfida. Verso la fine della partita secca Curzio era molto avanti, gli mancava solo un punto e aveva ancora due palle in mano mentre il sor Vittorio era sotto di dieci punti e aveva l’ultima palla da giocare, quella della disperazione. Non gli rimaneva che bocciare una palla di Curzio, che peraltro era altissima e mezza impallata. Il sor Vittorio bocciò con violenza sperando nell’impossibile. La boccetta colpita rimbalzò da sponda a sponda e quando stava rallentando la corsa rimpallò con la sua e andò sui birilli: fece filotto e ne sbirillò un altro. Dieci punti e partita vinta. Pochi applausi ironici e fine del rispetto e del bon ton da parte di Curzio che si rivolse al sor Vittorio dandogli del tu e urlandogli addosso:

“sor Vittorio… sor Vittorio ‘na sega! Te c’hai un bel bu’o di ‘ulo!” Grandissimo applauso e risate a perdifiato..”

pag. 288 e 289 .. 294

La cena di Marinetta e la mostra di Gregory & Marylina

48 bastardi in un posto a 5 stelle

“..Avevo prenotato per quarantacinque circa e ci si trovò in quarantotto, praticamente tutti quelli che Fiorello aveva invitato, anche quei quattro o cinque che frequentavano meno il barre ma erano “battutisti”. Nessuna influenza, nessun incidente, niente. Vennero tutti e anche se pensai subito che avrei speso una fortuna ero contento. Ero curioso di vede’ che effetto faceva la mostra e mi guardavo intorno per individuare la stanza dove la Tina m’aveva detto dei cavalletti. Ma quando arrivammo nella enorme hall vidi solo grandi spazi, poltrone, divani dappertutto e molte piante e fiori. Ad attenderci c’era il maitre al centro di sei camerieri addobbati come se fossimo ad un incontro con la Regina d’Inghilterra. Detti un’occhiata ai miei ospiti che stettero un paio di minuti come in chiesa, ‘un volava una mosca. Mentre stringevo la mano al maitre che mi fece un inchino come quello del saluto di come quando andai a prenota’, gli chiesi dove c’aveva posizionato. Si girò di scatto seguito dai suoi camerieri e ci precedette. Lo stanzone riservato era attiguo ad un’altra stanza che aveva sulla porta una specie di cavalletto che indicava che in quella location c’era la mostra fotografica di Tina Mischi con tanto di foto della Tina al centro del cartellone. All’interno della sala della mostra c’era la luce accesa e feci a tempo a vedere ai lati della stanza molti cavalletti. Pensai a Gregory e Marilina ma feci finta di niente e seguii il maitre.

Il tavolo era a forma di cavallo con tre carrelli portaposate all’interno. Il maitre ci disse che aveva apparecchiato per cinquanta e non ci fu bisogno di aggiungere nulla. Levò due portate e praticamente eravamo tutti a posto. Il primo a rompere il ghiaccio fu Mollino : “Mi sembra d’esse’ nel capanno di  quando vado a caccia!” . Mentre s’incominciò a rìde ci si mise a sedè quasi tutti in contemporanea  apparve Rino del Cheli che all’entrata non era fra i sei camerieri. Era vestito come un pinguino ma ci sapeva sta’. Appena lo videro incominciarono a rìde ma lui si fece serio e apostrofò : “ragazzi, se mi fate pèrde questo posto inculo tutte le vostre mamme!” e iniziarono le “danze”. Remo del Bettarini gli rispose “la mia non c’è più”!”. Allora Rino ci supplicò di stare buoni almeno fino alla frutta e come d’incanto la platea promise.  Ario del Risticali gli disse “ma dopo ti si può prende’ per il culo?”; Rino se n’andò pregando la Madonna. Poi entrarono i camerieri e il maitre, riapparso, dette gli ordini per l’inizio della cena e i carrelli incominciarono a gira’. Ci s’accorse che Rino era il capo dei camerieri e siccome era un Cecinese docche inorgoglì il gruppo.

Mangiarono tutti come bestie fameliche ma questo era  prevedibile e non mancò nulla; Stavo per incorniciare una serata da ricordare. A un certo punto Carlino del Palmieri, il più timido, uno dei più “normali”, s’alzò e sparì. Aveva mangiato molto e si pensò che forse si vergognava  a chiedere un po’ di bicarbonato per digerì e forse era andato a chiederlo fuori dalla nostra stanza. E invece Carlino s’alzò per fa’ du’ passi e curioso com’era entrò nella stanza della mostra. Dopo dieci minuti ritornò e avvertì il gruppo “Venite a vede’ cosa c’è di quà!”. Qualcuno lo seguì e successe quello che io avevo previsto. In altri posti, con altre persone, alla vista di un amico fotografato con la su’ fidanzata, co-protagonista d’una mostra e per di più che offriva una cena luculliana in un posto a 5 stelle, un bravo o un applauso anche moscio era il minimo che ci si potesse aspetta’!. E invece il complimento migliore fu “pezzo di merda, c’hai portato qui apposta, vai a ca’a’!. Mi toccò addirittura difendermi. Non ce la feci a chiedere scusa; Mi sembrava troppo. Il bello però è che io lo sapevo. Sapevo come sarebbe andata e cosa m’avrebbero detto. Ed ero contento e senza rispondere gli ridevo addosso. Dopo pochi minuti riapparve il Maitre che aveva saputo e si venne a congratula’ Mi rifece l’inchino e m’invitò ad alzarmi perché facessimo  una fotografia insieme nella stanza della mostra. Mi sembrava d’esse’ Achille Togliani che all’epoca era un divo dei fotoromanzi. L’accontentai e  molto più che inchinato, mi indicò l’uscita dicendomi “prego”.

Gigi del Valori quando lo vide piegato con la testa all’ingiù gli disse “se ti pieghi così da Vladimiro, ti ci fa rimane’!” e Beppe del Mastalli alla parola “prego” gli rispose “prega un po’ anche per la mi’ povera mamma!” .

Gli avevano dato del tu. Ormai ‘un c’era più nulla daffa’. Il momento del rispetto e del bon ton era finito e il coinvolgimento fu totale. Incominciarono a lasciassi anda’ anche i camerieri e Rino si mise le mani nei capelli. Mi feci un paio di foto col maitre e ritornai al tavolo. Qualcuno mi chiese il motivo di quelle foto e incominciò anche qualche sporadico complimento; Specialmente dagli invitati che frequentavano po’o il barre, quelli più vecchi. Arrivammo al dolce e alla frutta che era una portata lasciata libera. Ognuno ordinava quello che voleva e molti scelsero la frutta. Quando il cameriere propose la macedonia anche a Bistecchino si sentì rispondere “preferirei un’esportazione col filtro!”. Le “macedonia” a quei tempi erano sigarette che insieme alle “tre stelle” e le “Jubeck” erano considerate sigarette da finocchi. Mentre si rideva alla “battuta” di Bistecchino che era più ignoranza che “battuta”, Ivetto si rivolse al cameriere e gli disse “le macedonia portale al mètre”. Se n’erano accorti tutti, anche quelli che uscivano po’o di casa.

Quasi alla fine, mentre si bevevano i liquori s’alzò in piedi Vladimiro e urlò “ma quando si pipa?”. Guido del Bartoli lo raggiunse e stava per portallo di là, dal mètre, ma a quel punto m’imposi e lo richiamai all’ordine. Era forse l’unico che gli conveniva ubbidì e si rimise a sede’. Prima d’alzarsi si rivide Rino che chiese se qualcuno voleva il fagottino con gli avanzi per il cane; Glielo chiesero in sette perché gli altri non sentirono!.

La serata finì con una giratina nella pineta che circondava l’Albergo fino al mare e qualche “vomitata” nei cespugli di pitosforo. Io rimasi col maitre per pagare il conto. Mi fece anche lo sconto. Mi ringraziò per la bella serata e mi disse che s’era divertito moltissimo anche lui. Prima d’anda’ via gli anticipai la visita di domani pomeriggio e lo vidi contento di rivedermi. Rino ci salutò sulla porta d’uscita e ci salutò uno alla volta. L’avevamo “salvato”. Mollino ritornò a casa in motorino e andò a picchia’ contro un pino dopo trecento metri dall’Abergo. Una macchina delle nostre lo portò all’ospedale e ci stette più d’un mese. Quando uscì dall’Albergo era bria’o fradicio. Dal giorno dopo e per una settimana prima della mia partenza l’argomento principale del barre fu la cena di Marinetta. Almeno per una settimana ‘un mi ruppero più i coglioni con le nebbie del norde!..”

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Angiolina puppe d’oro

Il Cecchi e i bagni Aurora

“….Mentre s’era in macchina ci venne voglia d’anda’ a fa’ ‘na giratina a Marina. Si parcheggiò la macchina e si fece una passeggiata lungo la litoranea, la strada dei “bagni” prospiciente il mare. Mentre si camminava ci si fermò ai bagni Aurora per prendere un gelato. Ci si mise ad un tavolino vicino alla porta d’ingresso del barre che introduceva alla spiaggia. Mentre ci s’accomodava si sentì un profumino di “roba bòna”. Gino del Cecchi, il proprietario, stava servendo a due persone vicine, una scodella di chiocciolini di mare appena sfornati. Io e Walter ci si guardò e cambiammo la precedente ordinazione proprio prima che ce la portassero. M’alzai di scatto e raggiunsi il Cecchi. “Cambio ordinazione, due scodelle di chiocciolini e tre “soli” gelati, grazie”; Il Cecchi annuì con la testa e io mi rimisi a sede’. Non era molto ciarliero. Era un marinese bruciato dal sole. Aveva meno di cinquant’anni e ne dimostrava una settantina. Dopo meno di cinque minuti ci servì e l’acquolina in bocca incominciò a decrescere. Mentre si stava gustando quelle delizie si fermò davanti a noi l’Angiolina, detta “puppe d’oro”. Scese dalla bicicletta e si apprestava ad entrare nel barre.

L’Angiolina era una puttana d’una quarantina d’anni ma di quelle che si diceva “furbe”. C’aveva sei o sette clienti fissi e quando gliene moriva uno lo cambiava subito in un paio di giorni. Erano tutti anzianotti e alquanto benestanti. Praticamente la dava solo a loro. Era l’unica troia di Cecina che non si vergognava a fa’ vede’ le coscie quando andava in bicicletta. Era una provocatrice, specialmente con i ragazzi che quando la vedevano passa’  in bicicletta si fermavano e s’inchinavano per vede’ meglio, fino alle mutande e lei, la troiona, la maiala, il budellone, il tegame, si divertiva a falli ammattì ma li mandava tutti in bianco. Niente da fare, neanche a pagarla bene; Solo seghe!. Si “esercitava” solo con quei sei o sette. Tutta per loro e “merda per la pantera” per tutti gli altri. Non faceva la schizzinosa, si divertiva e prendeva tutti per il culo. Era in sostanza una Cecinese che non aveva bisogno di andare indietro nella memoria. Non aveva bisogno di ricorrere alle nonne antiche. Lei non si poteva catalogare come figlia di puttana. Lei era veramente una puttana!. Entrò dentro il barre e appena vide il Cecchi libero gli chiese un etto di prosciutto. Il Cecchi era solito servire quelle ordinazioni mettendo tre tipi di carta prima del salume. Quand’era mortadella che costava meno della carta ce ne metteva meno ma quando il salume era più caro della carta, abbondava con quest’ultima. Lo faceva da anni ma lo faceva spesso e volentieri co’ bagnanti. Prima stese un foglio di carta gialla molto grande e pesante, come fondo; Sul quel foglio ci stese un altro foglio di carta grigia grande e abbastanza robusto e, mentre si apprestava a stendere un altro foglio grande di carta oleata, l’Angiolina gli disse, stranamente in modo gentile : “’un ci sarà un po’ troppa carta?” e il Cecchi, un po’ risentito perché non abituato ad interruzioni di quel genere, le rispose  :“non vorrai mi’a che te lo metta in mano?”. A questo punto venne fori tutto il “retroterra” dell’Angiolina “puppe d’oro” che alzando la voce, anzi urlando, replicò : “in mano no ma neanche in culo!”. Il mi’ ‘ognato c’aveva un chiocciolino in bocca e prima di “scoppia’” lo sputò come un proiettile. Gli venne il singhiozzo da ride’ e smise dopo un’ora, quando si montò le scale della casa dei Palazzi…..

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